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23 aprile 2011

Come funzionano le università telematiche italiane?

Le “Università telematiche” o “a distanza”, sono una realtà presente in Italia da oltre trent’anni. Sono istituti che garantiscono agli iscritti una formazione universitaria, senza per questo costringerli a seguire le lezioni didattiche nelle sedi dell’Ateneo.

Come funzionano le Università telematiche?

Per permettere agli studenti di seguire le lezioni universitarie comodamente, queste Università le impartiscono sfruttando tutte le possibilità comunicative offerte dalle nuove tecnologie. Le prime Università telematiche hanno sfruttato gli spazi concessi dal mezzo televisivo. Con il passare del tempo, grazie all’innovazione tecnologica, questi istituti hanno potuto servirsi anche di altri mezzi, quali la televisione satellitare, internet e le videoconferenze.

Chi si iscrive a questi istituti?

Solitamente, questo tipo di formazione universitaria, è preferito da chi decide di laurearsi da adulto o nella terza età e da quegli studenti che, a causa degli impegni lavorativi, non riescono a trovare ore libere per dedicare il proprio tempo alle lezioni in aula. La maggior parte degli immatricolati infatti, hanno più di 25 anni e svolgono un’attività lavorativa. Le Università telematiche italiane sono 11, e i loro iscritti rappresentano circa l’1% degli studenti del nostro Paese.
Il numero degli immatricolati a questi Atenei, spesso è assai limitato. Si pensi ai 59 iscritti ad E-Campus del biennio 2010/2011 o ai 48 della Giustino Fortunato.

Il Cnvsu ha scoperto i difetti di queste Università

Questa forma di Università, è stata esaminata dal Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario), un organo istituzionale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Secondo i dati derivati dall’analisi del Comitato, le Università telematiche, salvo rare eccezioni, funzionano male. In particolare sono tre gli aspetti che, secondo l’indagine, rendono questi Atenei meno pregevoli rispetto a quelli convenzionali: la scarsa (se non addirittura inesistente) attenzione alla ricerca, il basso numero di docenti e la mediocre (nella maggior parte dei casi) qualità delle attività didattiche.

L’analisi ha svelato la mancanza di un’adeguata formazione dei docenti

Per quanto riguarda i docenti, secondo il Comitato, non sarebbe solo il numero ad essere inadeguato, ma anche la loro formazione. L’analisi dimostra infatti che soventemente le lezioni sono tenute da personale a contratto, ricercatori a tempo determinato o docenti che non hanno ancora raggiunto i titoli accademici adeguati alla propria professione.

Il Cnvsu ci tiene comunque a precisare che la propria analisi non vuole mirare a una diffamazione delle Università telematiche, che in alcuni casi (si pensi al Consorzio Nettuno) e in molti stati stranieri funzionano efficacemente. Il suo obiettivo è quello di fare luce su come questo genere di istituti funziona in Italia, per rendere chiari i suoi difetti e invitare il Miur a prendere le giuste decisioni per migliorarli.

In passato il Ministero ha pensato di risolvere i problemi di questi Atenei consentendo loro di trasformarsi in Università convenzionali. La Corte dei Conti ha bloccato però il Decreto ministeriale del Miur, in quanto prima di poter mettere in atto un regolamento che potesse consentire tale traghettamento, sarebbe stata necessaria la redazione e approvazione di una apposita legge.
Un importante messaggio è stato lanciato da un organo del Ministero. Adesso lo stesso Miur dovrebbe prendere atto dell’attuale condizione degli Atenei telematici e agire a favore di un loro produttivo miglioramento.


Alessio Testa

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