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18 Maggio 2011

Due studenti universitari raccontano la loro omosessualità

Negli ultimi giorni, il fenomeno dell’intolleranza omosessuale si fa sempre più attuale. Tuttavia l’omofobia è un veleno che da sempre serpeggia, soprattutto fra i giovani.

L’impossibilità di esprimere se stessi nel modo più libero e sincero, la costrizione a dover nascondere i propri sentimenti, il dover scendere a compromessi sul proprio modo di vivere la vita, tutti questi aspetti sembrano obsoleti, quasi attribuibili al lontano grigiore del represso Medioevo.

Purtroppo invece sono dei fenomeno più che attuali e con i quali la comunità gay va a scontrarsi ogni giorno, senza ricevere la benchè minima solidarietà da parte di chi sta passivamente a guardare “lo spettacolo del linciaggio omofobico”.

Oggi Valerio e Marco, due studenti universitari milanesi, ci raccontano la loro testimonianza, in modo da offrire una prospettiva più che umana dell’intolleranza alla quale devono prostrarsi giorno dopo giorno.

Valerio, oggi ventritreenne, proviene da un ambiente di relativa accettazione. Dopo la comprensione familiare, il riscontro scolastico si è svolto abbastanza pacificamente, eccetto qualche isolato caso, a suo dire di poco conto. L’ostacolo più duro da abbattere era rappresentato da qualche insegnante.

Dal momento in cui Valerio frequentava una scuola privata cattolica, il corpo docenti, costituito da sacerdoti, si dimostrava restio nei suoi confronti. Il ragazzo ricorda un aneddoto in particolare:

“Quando la Ue votò contro l’ipotesi di Buttiglione commissario europeo a Giustizia, libertà e sicurezza, in seguito ad alcune sue dichiarazioni omofobe, spiegai in un tema perché ritenevo che bisognasse battersi per l’uguaglianza tra le persone. Quando mi restituì il compito, notai che il professore di italiano mi aveva scritto: ‘Non l’ho letto, ti metto 10, perché questo è l’unico modo di estirpare Satana da te’”.

Marco, ventidueene, è invece cresciuto in un ambiente molto tollerante, senza mai avere a che fare con discriminazioni di nessuna sorta.

Tuttavia abbandonati i paesaggi familiari di casa, dirigendosi verso la città, ma soprattutto crescendo e maturando certi bisogni, quale l’istinto di tenersi per mano in strada, Valerio e Marco hanno conosciuto il rifiuto e l’inaccettazione che, nel migliore dei casi, sfocia nell’insulto.

Una sera, in una multisala in provincia di Varese, tre ragazzi ci hanno inseguito, dopo che io avevo ‘osatò ribattere ai loro schiamazzi e alle loro risate. Ho risposto alzando il dito medio. Ci hanno seguiti per due piani – racconta Valerio – si sono avvicinati e ci hanno iniziato a rivolgere alcune domande provocatorie. Pretendevano che mi scusassi, cosa che ovviamente non ho fatto”.

I luoghi in cui hanno subito turpiloquio sono stati fra i più disparati, riportando anche qualche caso estero, specie a Londra, la capitale gay-friendly per eccellenza.

Entrambi sono costretti a prendere delle precauzioni per evitare che dagli insulti verbali si passi a qualcosa di molto più pesante.

“Di giorno ci sentiamo più protetti, la sera, invece, sappiamo che dobbiamo prestare più attenzione. E allora magari rinunciamo a camminare mano nella mano. Nessuno ha mai alzato le mani, ma ovviamente la paura c’è sempre”

I due ragazzi fanno parte dell’associazione omosessuale Gay Statale. Tuttavia entrambi si dicono scontenti per l’organizzazione di questi enti, spesso in contrasto fra di loro, anzichè uniti per la lotta comune dell’affermazione dei diritti omosessuali, ovvero semplicemente il diritto ad una vita dignitosa.

“Non c’è un movimento unitario, e a livello locale e nazionale sentiamo la mancanza di punti di riferimento chiari. Le associazioni sono poco presenti, c’è un’eccessiva frammentazione, per non parlare di invidie e gelosie. E, invece, i gay dovrebbero unirsi per un’azione comune”.

Serena Calabrese

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