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6 Maggio 2011

“E da grande cosa vuoi fare?” Tentativi di risposta di aspiranti letterati

Si prospetta sempre più incerto il futuro degli studi in campo umanistico. Inscriversi oggi a Lettere, Filosofia, Storia e via dicendo, è come compiere un salto nel vuoto. Si salta perché animati dall’interesse nei confronti di uno studio sempre più maltrattato da riforme, disprezzato da tagli insensati, o sensati nella direzione che più fa comodo a chi li mette in pratica. Rispondere alla fatidica domanda “e cosa vorresti fare dopo?” che premurosi e curiosi conoscenti pongono allo studente di facoltà umanistiche, può rivelarsi più stressante della preparazione di quei 1400 versi di Ovidio che sullo “statino” si trasformano in 4 piccolissimi crediti.

Nessuna mania di inferiorità – o di grandezza- di noi aspiranti letterati che d’altra parte condividiamo la scomoda domanda con gli altri milioni di studenti di ingegneria, cinese e biochimica. E così lo sguardo stupito/accigliato di chi ci pone l’interrogativo nei giorni post esame di maturità sono gli stessi di chi persiste curioso al momento dell’avvento della nostra laurea. Il botta e risposta segue più o meno sempre lo stesso copione. Voi: “Vorrei fare il professore “/ loro: “di liceo?coraggioso; non finirai mica frustrato e come la maggior parte del popolo che insegna? Voi: ”il Giornalista?/“illuso”; “ lo scrittore?”/ “povero illuso”; “i mille altri mestieri che esistono e di cui probabilmente non si conosce nemmeno l’esistenza?”/”ma sì, con Lettere puoi fare milioni di cose, qualcosa troverai”(pacca sulla spalla e sguardo compassionevole).

All’asfissiante domanda si potrebbe rispondere prendendo spunto dalla guida dello studente del corso di laurea in letteratura e lingua, Studi Italiani ed europei (prima eravamo solo italiani, quest’anno ci siamo espansi). Ebbene noi laureati potremmo assumere« funzioni di responsabilità in istituzioni quali archivi di stato, biblioteche, sovrintendenze, in centri culturali, fondazioni, case editrici, redazioni giornalistiche,oppure funzioni di consulenza e di servizi per quanto attiene alla promozione e alla divulgazione delle letterature, lingue, civiltà e culture moderne presso uffici studi, redazioni editoriali, centri di documentazione, radio, televisione, ecc. ».

Gli stessi laureati di prima hanno davanti altri sbocchi professionali accedendo ai dottorati nel settore degli studi letterari e linguistici moderni, o all’insegnamento. Se quella della Scuola appariva nel passato la via più sicura per accedere al mondo del lavoro, da qualche anno a questa parte il percorso per diventare professore è stato bruscamente turbato, anzi troncato.

I corsi della Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (le famose SSIS) sono state chiuse il 6 agosto 2008. Fino al 15 febbraio 2011 gli aspiranti professori sono rimasti in attesa di sapere quale percorso seguire per conseguire l’abilitazione. Lo scorso 15 febbraio è entrato in vigore all’interno della riforma Gelmini il Decreto nr.249 del 10 settembre 2010 sulla “Definizione della disciplina dei requisiti e delle modalità della formazione degli insegnanti della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado”. Dopo la laurea magistrale, è prevista l’attività di un anno di TFA ossia Tirocini Formativi Attivi che dopo un esame finale attribuiscono il titolo di abilitazione all’insegnamento in una delle classi di abilitazione previste. Peccato che non si sappia ancora niente di questi fantomatici Tirocini ; si ipotizzano date sui concorsi per accedervi, ma è tutto molto incerto e pare che per ora nessuno sappia darvi una risposta.

Se siete ancora confusi, probabilmente è del tutto normale che lo siate. Se vi interrogate anche voi come i curiosi indagatori di prima, su dove finirete tra cinque o dieci anni, anche questo è normale. Quello di Lettere o di qualsiasi facoltà umanistica è un percorso che proprio perché oggi screditato e sottovalutato, deve essere seguito con una particolare dose di tenacia. Tra la volontà di scoraggiare che aleggia tra conoscenti e non, il totale disinteresse che investe un gran numero di nostri compagni iscritti alle nostre stesse facoltà, mantenere vivo l’interesse verso questo studio oggi sta a noi; così come automotivarci verso un mestiere come quello dell’insegnamento, insensatamente screditato nel nostro paese. Crescere e risvegliare la capacità critica, lo spirito necessario ad interrogarsi per intervenire in una società che sembra oggi immersa nel tepore intellettuale, è già questo il primo e importante compito che una facoltà come la nostra può farci perseguire, prima di sapere cosa diventare quando si sarà grandi.

Benedetta Michelangeli

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