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9 Maggio 2011

Scattone e Ferraro condannati al risarcimento per l’omicidio di Marta Russo

9 Maggio 1997. Due studentesse camminano all’interno dei viali universitari de La Sapienza. Uno sparo. Una delle due ragazze cade a terra ferita.

14 Maggio 1997. La ragazza ventiduenne si spegne al Policlinico Umberto I.

Sono trascorsi 14 anni da ciò che fu reso noto all’intera Italia come “Il caso Russo”, ovvero l’omicidio di Marta Russo, studentessa della facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi La Sapienza.

Oggi il tribunale civile della XIII sezione di Roma, ha stabilito un’ulteriore condanna, che va ad aggiungersi alla sentenza della Cassazione, emessa nel dicembre del 2003, la quale condannava i due ricercatori, responsabili dell’omicidio, Giovanni Scattone (5 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio colposo) e Salvatore Ferraro (4 anni e 2 mesi di reclusione per favoreggiamento e 28 mila euro come risarcimento per i danni all’immagine arrecati al polo universitario coinvolto).

Dopo la citazione in giudizio civile nel maggio del 2007 dei due imputati e dell’ateneo di Roma, da parte dei genitori, Donato e Aureliana, insieme alla sorella Tiziana, il giudice Roberto Parziale ha oggi emanato la sentenza, che vede scagionata definitivamente l’università degli studi La Sapienza, poiché non responsabile dei fatti accaduti, condannando invece Scattone e Ferraro al risarcimento della famiglia per circa 1 milione di euro.

“Noi ormai viviamo nel dolore e nella sofferenza. I soldi hanno un significato relativo. Servono soltanto per diffondere il messaggio di nostra figlia Marta che già da giovane aveva deciso che avrebbe donato gli organi. Lo scopo dell’associazione benefica a lei intitolata è quello di diffondere la cultura della donazione degli organi. Utilizzeremo per questa giusta causa il denaro che il giudice civile ha stabilito a carico di Scattone e Ferraro a titolo di risarcimento. Ma, certamente, ci saremmo aspettati in questi anni un gesto concreto da parte dell’Università”.

Queste le parole dei coniugi Russo, i quali aggiungono a quanto appena citato anche lo sgomento per il re-inserimento di Scattone nelle strutture scolastiche, interrogandosi su quali valori possa insegnare un uomo che si è macchiato di tale crimine.

L’opinione pubblica si trova a scontrarsi con l’eterna questione del re-inserimento sociale e civile che spetta ai detenuti, inevitabilmente portatori del marchio dell’accusa cittadina, restia ad interagire, se non la propria redenzione, quantomeno risparmiando la modaiola caccia alle streghe (vedi la speculazione televisiva di certi programmi punta del palinsesto).

Serena Calabrese

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