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6 giugno 2011

Perchè studiare all’estero

Inizialemte era solo l’Erasmus ; mettere il naso fuori dalla propria città e università per confrontarsi con una realtà diversa dalla propria. Poco a poco, ma con un ritmo sempre più frenetico è iniziata la ricerca di stages, corsi di lingua, corsi di formazione con cui arricchire il proprio curriculum, ossessione dello studente del XXI secolo. Senza una laurea, spesso senza un’idea chiara nella testa sul proprio futuro si è inseriti per un periodo di prova, nel mondo del lavoro: « l’esperienza », ci dicono, « conta l’esperienza ».

Ma se dopo la laurea, o subito prima, ci si accorge che forse gli sforzi e le capacità investite in un percorso di studi italiano fossero meglio apprezzate altrove, perchè non prendere in considerazione l’idea di studiare all’estero, dove probabilmente un futuro lavorativo vagamente più concreto c’è ? Durante il mio Erasmus a Parigi ho constatato che quella di partire per motivi di studio è una realtà sempre più comune. Ho cercato di capire da tre studenti italiani che studiano a Parigi, i motivi per i quali si trovano qui. Una scelta di necessità vista la precaria situazione a cui sono destinati i neolaureati italiani? E a distanza di uno o più anni lontano dall’Italia, quale bilancio trarre da quest’esperienza ?

Sabrina dopo essersi laureata in Scienze della comunicazione e un Erasmus a Parigi, è inscritta al master 1 Medias internationaux all’ università di Paris 8 Saint Denis.
«Quello che mi ha motivata di più a tornare è stato l’amore per Parigi. Sentivo che per la mia crescita personale Bergamo e Milano mi stavano un po’ strette. La decisione di iscrivermi qui non è stata dettata dalla convinzione che l’università francese sia migliore. Al contrario, ritengo che l’università italiana dia dei fondamenti teorici ed accademici molto più solidi di quelli offerti dall’università francese. Ma è da riconoscere che quest’ultima è molto più rivolta al mondo del lavoro, lo stage è obbligatorio. Forse le università italiane rischiano di lasciano lo studente neo laureato con tante idee in testa ma ben lungi dall’avere imparato un mestiere . Inoltre resto fermamente convinta del fatto che conoscere molto bene una o più lingue straniere sia molto d’aiuto per trovare un lavoro in futuro. »

Susanna invece, una laurea in Lingue e un Erasmus in Spagna, è arrivata in Francia con l’idea di frequentare una scuola di interpretariato decidendo alla fine di iscriversi al corso di Laurea in Etudes européennes alla Sorbonne Nouvelle.

«Ho riscontrato delle difficoltà iniziali per quanto riguarda il metodo di insegnamento e di valutazione francese. Un approccio più pragmatico e meno teorico, un carico di letture inferiore a quello italiano ma in compenso un metodo incentrato sulla “dissertation”. Con delle regole formali rigide che favorisce in particolare coloro che hanno una forte predisposizione alla dialettica, alla retorica e una destrezza nell’utilizzo della lingua, e non necessariamente coloro che hanno imparato di più».

Tuttavia, l’Università francese sembra avere qualcosa in più. « Il sistema universitario, e in generale educativo francese, favorisce molto di più la formazione dello studente rispetto all’Italia, grazie alle innumerevoli agevolazioni finanziarie, tasse universitarie ridottissime, pochissimi libri da comprare, residenze universitarie a basso costo. I professori sono spesso giovani quindi più “vicini” agli studenti, ma allo stesso tempo molto competenti . In Italia non è raro trovare professori over 70.. che per quanto validi, hanno spesso perso l’entusiasmo dell’insegnamento ».

Vorrei capire cosa significhi trasferirsi e vivere da soli in un paese che nonostante i verissimi clichés sui francesi è accogliente, culturalmente viva e interessante, ma pur sempre profondamente diverso dal nostro Paese.

Susanna : « Dopo la laurea, rientro in Italia per questioni affettive; mi manca il mio paese, il vivere tra la mia gente. Se le mie priorità fossero di tipo professionale rimarrei in Francia, o dove più mi converrebbe a livello di formazione e possibilità di inserzione lavorativa.».

Sabrina: « Amo la mia vita qui e so che non potrei vivere altrove in questo momento ma allo stesso tempo mi manca la vita che ho lasciato a casa, la famiglia, gli amici, il fidanzato. “Andare all’estero” non è sempre “la scelta più facile” o un “fuga”. Ritengo che nel contesto di un’Europa unita ognuno dovrebbe essere libero di andare a studiare e lavorare dove vuole senza doversi sentire giudicato come “uno che scappa”. Sono certa che se in Italia ci fosse più futuro per noi giovani molti di noi resterebbero più che volentieri a lavorare nel proprio paese! ».

Non ultima la questione economica ; pur vivendo in una città come Parigi il cui costo della vita è molto alto, i sussidi statali che uno studente può ottenere permettono di ricoprire gran parte delle spese. E i costi dell’Università sono meno elevati. Sabrina mi dice che l’università pubblica francese costa quasi un decimo di quella italiana, avendo lei stessa pagato la rata annuale di iscrizione 200 euro.

Leonardo invece, terminato il liceo si è inscritto alla scuola di musica che fa parte della Berklee International Network , una rete di scuole sparse nel mondo gemellate con il Berklee College of Music di Boston.

«Volendo continuare a seguire la mia passione per la musica e la chitarra moderna mi sono informato sul Conservatorio di Santa Cecilia jazz a Roma, che però nessuno dei miei conoscenti mi raccomandava. Ho pensato di andare a Boston ,ma lì la scuola costava 30.000 dollari all’anno; anche con borse di studio sarebbe stato economicamente difficile da raggiungere. La scuola di Parigi era un buon compromesso, stesso metodo ma costi decisamente più bassi » .

E riguardo l’Italia : « Questo è il terzo anno a Parigi. A volte penso a come sarebbe stato fare tre anni di conservatorio e poi continuare gli studi all’estero. Ho molti amici che avendo studiato a Roma che ora cominciano a lavorare, fanno concerti. Il problema è che in Italia la musica non è un lavoro. Si può uscire dal Conservatorio e sperare di entrare in un orchestra -che non sono poi così numerose-, probabilmente sottopagati. Qui invece il riscontro lavorativo c’è. Se non avessi scelto un’esperienza così lunga e incisiva all’estero, avrei comunque cercato il modo di cambiare per un po’ ambiente, imparare una nuova lingua. Finiti gli studi a Parigi la cosa più bella sarebbe trovare un lavoro a Roma; ma se la possibilità di diventare arrangiatore, compositore o music management dovesse presentarsi qui, resterei».

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