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3 luglio 2011

Il perchè di un referendum sull’università

L’Italia è un treno dove molti parlano, pochi ascoltano, tutti capiscono e nessuno spiega.

Senza una guida competente, l’italiano sbanda e perde la testa. A volte persino la vita. Quella poi, ad esser sinceri, si perde ancora di più, quando l’unica cosa che ti ricorda che sei vivo, è il rintocco della pendola che ogni ora ti conferma che stai solo perdendo tempo.

L’Italia sta perdendo prospettiva.

Non basta ritrovarla nel De Pictura mirabile trattato scritto dall’umanista ed architetto Leon Battista Alberti nel biennio 1434- 36.

Né ammirarla nella fantastica Trinità di quel grande artista rivoluzionario e irriverente che fu Masaccio .

Servirebbe però.

In quei “quadri pieni di rosoni che diminuiscono e scortano così bene che pare che sia bucato quel muro » per dirla alla Vasari, l’Italia forse ritroverebbe la voglia di scommettere di nuovo su se stessa e inventarsi un altro spazio dove poter essere finalmente autentica senza accontentarsi di angusti e maleodoranti cortili o squallidi retrobottega.

Ne tantomeno d’umidi e trascurati porticati. Ne sono certo.

Eppure è lì che siamo. E’ lì che si trovano centinaia di professori, migliaia di studenti cui non è bastato fare mille sacrifici, uscire da casa, abbandonare la famiglia, abitare romantici sottoscala, trangugiare quintali di pasta e tonno per non essere fotografati agli angoli delle strade come i poveri che assiepano i gradini delle chiese.

Chiedono spazio questi giovani. Urlano nei megafoni perché non possono farlo nelle orecchie di chi non vuol sentirli.

Perché non solo abbiamo perso le parole. Ma anche i volti delle persone a cui si presuppone si vorrebbe parlare. Tanto più sono importanti, poi, tanto più questi ultimi appaiono sfuggenti.

Ma non c’è nessuna splendida promessa in questo furtivo sottrarsi. Solo ottusa codardia. Quella di chi si vela per non scoprire il bubbone che gli sta infestando la faccia.

È brutto quando nessuno ti rivolge la parola. Ancora di più, quando chi dovrebbe farlo se ne frega.

Cresce una rabbia inaudita poi. Una bestia che ti consuma ogni giorno lenta ma inesorabile.

Il fatto che l’avvertano pure atenei come Bologna (di pochi giorni fa, il loro referendum perché il celeberrimo ateneo rimanga libero dalle ingerenze della classe politica), da sempre visti quali isole felici del pensiero accademico, è sintomatico.

Ma nessun mistero da celare dietro tenebrosi occhiali da sole vi è in tutto questo (Prospettiva Nevsky ricordate?????).

Quanto piuttosto, l’emergere di un malessere diffuso e penetrante assolutamente da circoscrivere e acclarare attraverso un referendum a cui apporre in modo inderogabile quattro Si!!!!

Vanno di moda ora questi assensi legittimi, plebiscitari e di massa. Servono a dare rilievo ad un malessere invero sottovalutato ormai lo abbiamo imparato.

Nascondono problemi secondo me invece, figli di questa generazione afona e insonorizzata che ha bisogno dell’eccitazione popolare (alimentata anche dalle nuove tecnologie), per ricordarsi di far parte di una collettività pensante, responsabile, attiva, fascinosa e piena di capacità.

Come quella del conversare. Morta da tempo ormai.

Moltissimi non sanno nemmeno parlare, ma l’arte del conversare proprio, molti non sanno nemmeno cosa sia.
Quando parliamo non ci conosciamo, sovrapponiamo cariche e enumeriamo qualifiche.

Ascoltate una conversazione.
Non è il cuore, l’anima che c’interessa della persona che abbiamo davanti, ma quanti attestati e diplomi ha appeso dietro.
Molte donne scelgono i loro partner così adottando proprio questa tecnica e quando un poveraccio qualunque tenta di aprirsi, loro subito sovrappongono subito le loro ambizioni. Che sono sempre alte, belle e importanti. Dell’altro non c’interessa un fico secco.

Non che i maschi facciano meglio comunque. Per loro infatti, contano solo le dimensioni e le proporzioni.

Siamo abili doppiatori e ricchi d’aforismi invece.

Bravi a ricalcare le parole degli altri perché incapaci di dire le nostre.

Questa tecnica però funziona solo su Facebook.

Dal vivo, dovremmo dare, e pretendere di più.

Niente da fare però. Veloci come Maicon , implacabili come Eto’o arrivano sempre prima gli altri. Con una differenza però: gli altri si bloccano. Certi provvedimenti no.

Per questì e per questo ci sono i referendum.
Domande singole che rimandano a dei malesseri collettivi di un popolo vittima di una classe dirigente in sciopero permanente.

Perché hanno tanto successo? Non penso questa sia l’unica strada percorribile.
Ma quando gli interlocutori scappano è l’unico modo per non diventar matti.

Gaetano Santandrea

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