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27 settembre 2011

Quando iscriversi all’università è come far la spesa al supermercato

Alcune consuetudini universitarie non passano mai di moda. Si rinnovano (talvolta), o cambiano nome (quasi sempre).

Ma nella sostanza rimangono sempre uguali.

L’ovvietà rassicura, non smette di far proseliti e non accenna a far diminuire le iscrizioni ad un ente che forse non meriterebbe tanta considerazione e di tutte queste matricole farebbe volentieri a meno.

Eppure le iscrizioni non accennano a diminuire come dicevo poc’anzi e sono in costante aumento.

Perché?

Perché moltissimi non sanno zappar la terra e molti altri non vogliono farlo.

(Altri invecelo meriterebbero ma intanto sono tutti fuggiti in Parlamento).

Per molti l’università rappresenta l’unico viaggio che faranno nella vita e se lo godono senza tanti problemi.

Per altri un isolotto tropicale assolato e pericoloso.

Come personaggi di Conrad, essi s’appassionano, si perdono, s’interrogano, s’inquietano.

Pagano quanto non vorrebbero, vogliono quello che non trovano; trovano quello che non vogliono. E ogni tanto imparano qualcosa.

Dura la vita delle matricole.

Non hanno ancora fatto nulla nella vita ma hanno sempre aiutato i genitori a far la spesa nel finesettimana e lì sono rimasti e rimarranno fino al termine della loro esperienza accademica.

L’università ormai è un supermercato a conduzione familiare pieno d’offerte speciali e occasioni da prendere al volo.

I novelli studenti questo lo sanno e come tale si comportano.

A partire dalla scelta del corso di laurea da frequentare.

Bando alle inclinazioni personali, chisssenefrega della passione ormai i corsi si scelgono così: colore della confezione (leggasi divisa), originalità del nome (più è lungo più è attraente), possibilità di far i fighi con le ragazze quando di studiare non si ha voglia ma non si vuol darlo a vedere, senso estetico ( è eccitante afferrare un librone da un angolo imprecisato della biblioteca e lasciarci una falange).

Nonostante tutto nella romantica follia commerciale delle università “riformate “ dalla Gelmini è possibile intuire qualcosa.

Lo so vi sembra impossibile ma è così.

Vi spiego come si fa.

Cominciamo dalle piccole cose. E proprio qui che si celano le note più dolenti.

Avete notato come alle scuole superiori non riuscivate mai a trovare abbastanza gessetti e cancellini? Rassegnatevi, all’università è la stessa cosa: mentre siete in caccia dovete percorrer molti chilometri.

All’inizio penserete d’esser degli incapaci. Poi capirete d’esser solo delle vittime.

Cancellini e gessetti sono nascosti apposta.

Mentre inseguite quegli attrezzi indispensabili penserete d’assaltare una cartolibreria come fosse una diligenza e di comprare una matita a forma di clava marchiata Flintstones.

Perché accadre (e accadrà) tutto questo? Perché all’università l’essenziale è superfluo. Sono nascosti in modo che un povero studente alle prime armi, cercandoli percorra migliaia di chilometri e sia indotto a comprare di più.

Rendersene conto è straordinario. Spiega, per cominciare, la scarsità d’orologi a muro (in modo che nessuno si renda conto del tempo che perde). E forse anche l’assenza di personale (si incontrano solo scartoffari da quattro soldi cui se chiedi qualche informazione assumono l’aria di Leonardo infastidito mentre sta terminando l’Ultima Cena).

Anche per questo milioni di studenti intraprendono corsi di laurea inutili e si laureano in materie inette.

Tuttavia nella tragedia sta la commedia e questa commedia ci racconta molte cose sulla società occidentale. Non tutte rassicuranti occorre dire.

Ci nutriamo di additivi e ci fidiamo delle confezioni. Cerchiamo palliativi. Nomi lunghi e sofistici alimentano il nostro ego e solleticano la nostra vanità.

Tutti noi siamo solo delle carpe in attesa d’essere afferrate dalla canna della pubblicità.

E’ chissà se vedremo mai la luce del giorno.

Gaetano Santandrea

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