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5 gennaio 2012

Il destino di un pubblicista

Milano, metà anni cinquanta: Totò e Peppino, in Piazza Duomo, avvicinano un vigile cui chiedono sommessamente: “noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare!

Dal settembre 2012 in poi, a circa 80.000 pubblicisti che corrono il rischio di trovarsi senza occupazione dalla sera alla mattina potrebbe venir voglia di rivolgere la stessa domanda. Ma a chi?

Che il decreto “salva Italia” necessitasse di “lacrime e sangue” era già stato precisato; che richiedesse, tra le altre cose, di porre una croce su intere categorie professionali sarebbe invece una sorpresa assai poco gradita.

Eppure, secondo un’apposita norma (che in realtà non fa altro che perseguire l’articolo 3 della finanziaria varata dal precedente governo nell’agosto 2011), l’albo dei pubblicisti potrebbe realmente uscire di scena. Le voci di corridoio impazzano, l’Ordine smentisce.

In realtà quella di cui si parla in questa sede è un’ipotesi. E allora è di fantasia che cercheremo di lavorare, per delineare uno dei possibili scenari che dal prossimo autunno ci si troverà comunemente ad affrontare, quantomeno per dar voce a coloro che si dicono sin d’ora preoccupati.

Trattasi in primis non di una mera cancellazione, ma di un accorpamento. Pubblicisti e professionisti, due facce di una stessa medaglia, sarebbero destinati a divenire un’entità sola, un unico albo professionale.

Le motivazioni addotte, naturalmente, non mancano: annullare il tradizionale gap tra professionisti e pubblicisti, anzitutto, non potrebbe che giovare alla qualificazione media degli iscritti all’Ordine.

Inoltre, l’estinzione dell’albo dei pubblicisti si inserirebbe nel circuito, tanto caro al governo Monti (e persino a noi aspiranti pubblicisti, ci mancherebbe) della guerra agli evasori: come infatti sostiene a gran voce il Presidente del Consiglio, parecchi pubblicisti non verserebbero i contributi richiesti dallo specifico Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza).

Fin qui ci siamo: ma a che prezzo tutto ciò? E soprattutto, ci si chiede, quali ulteriori provvedimenti potrebbero fungere da ammortizzatori nel contesto di un passaggio epocale che, per la meno tutelata tra le due categorie del giornalismo italiano, si annuncia quantomeno traumatico?

Proprio relativamente al controverso nodo dei contributi, il discorso può essere agevolmente ribaltato: oltre a quei pubblicisti che non “versano” regolarmente, è prevista una sonora mazzata anche per coloro che evitano di sfuggire ai pagamenti, i quali potrebbero veder volatilizzati i contributi versati in precedenza; non è oltretutto scontata l’eventualità, per gli interessati, di usufruire se non altro del prepensionamento.

La questione relativa alla qualificazione viene giù come un castello di sabbia anche solo riflettendo sul ruolo di “ponte” che l’ordine dei pubblicisti riveste da anni.

Per farla breve, è davvero così scontata l’opportunità di infoltire la truppa di giornalisti altamente qualificati facendo a meno di uno step, a metà strada tra la semplice gavetta ed il professionismo, che ora come ora risulta in diversi casi necessario?

In secondo luogo, quali prospettive si aprirebbero di fronte ai possibili futuri professionisti, seppur qualificati? La più concreta, al momento, sembra essere il precariato. Un’adeguata retribuzione, d’altro canto, non può prescindere da un adeguato contratto di redazione.

Chi si occuperebbe di regolarizzare i “qualificati”? E quante redazioni, sia cartacee che online, avrebbero l’oppurtunità, soprattutto economica, di avvalersi della collaborazione di soli professionisti?

Per quale ragione un gran numero di giornali, allo stato attuale, non si vede costretto a chiudere anticipatamente bottega per ragioni di questo tipo? In larga parte è appunto grazie a quei pubblicisti, ovviamente sottopagati e spesso con due lavori (attenzione: ciò non è consentito nel professionismo), che secondo voci insistenti potrebbero appartenere al passato entro pochi mesi.

Nulla di definitivo, dicevamo. La replica arriva in fondo dallo stesso Consiglio Nazionale dell’Ordine attraverso una lunga nota del Presidente Enzo Iacopino, il quale parla di un allarmismo fondato su “cattive o parziali informazioni” e si pone in difesa di Mario Monti, precisando che “né lui né i suoi ministri hanno cominciato a lavorare al Dpr che ci regolamenterà.

Intanto, però, i responsabili del Corriere di Aversa e Giugliano.it si sono mobilitati lanciando una proposta che suona come una provocazione: evitare il rinnovo dell’iscrizione alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, colpevole di non aver ancora preso posizione in difesa dei pubblicisti.

Undici testate hanno per ora condiviso l’iniziativa: L’Informatore Sannita, OggiBologna, Ecoinchiesta, Onda Libera Magazine, Agora Web Tv, Videotaro, Bari Live.it, Il Discorso, Il Mondo di Suk, Bloq Magazine, Emmegi press. In più, hanno aderito l’associazione calcistica US Sangavinese e la società di volontariato Outplace.

Un esempio del fasciarsi la testa prima di rompersela? Forse. Ci si augura semmai di non dover rimandare semplicemente le fasciature di qualche mese.

Francesco Ienco

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