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4 febbraio 2012

2012: storie di ordinaria censura

A partire dalla data di oggi si sarebbe portati a pensare che tutta una serie di tematiche, sbolognate già diverse decine di anni fa (quelle relative all’ambito sessuale) o comunque abbondantemente chiarite dopo essere state lungamente dibattute ed affrontate in interventi autorevoli (la violenza nei videogames, che continua ad essere considerata una questione seria solo dall’informazione di Mediaset e dal TG1 in era Minzolini) non possano influenzare la distribuzione e la ricezione di prodotti artistici e simili.

Censura

Censura

Ma no, continuano a venir fuori nuovi casi, particolarmente succulenti nel corso delle ultime settimane, destinati ad infuocare ancora i tavoli tra chi si batte per la decenza e chi contro la chiusura mentale. Alcuni prevedibili, altri proprio no.

Chi si sarebbe aspettato dalla Francia, ad esempio, Paese per tradizione non certo puritano, il polverone abbattuto sull’attore Jean Dujardin, da poco balzato alla popolarità mondiale per aver interpretato magistralmente il ruolo di protagonista nell’ottimo The Artist?

Causa scatenante le locandine pubblicitarie per il nuovo film da protagonista di Dujardin, intitolato Les Infideles (film a episodi sull’infedeltà maschile, che poi, detto tra noi, si preannuncia molto interessante): sui manifesti l’attore compare, giacca e cravatta, al cellulare, mentre una donna è inginocchiata davanti a lui, con le mani lungo il suo corpo e la didascalia “La linea sta per cadere, sto entrando in una galleria” (in una seconda versione, Dujardin trattiene verso l’alto le gambe di una donna e la didascalia recita “Sto per entrare in riunione”.

L’umorismo salace sottinteso nelle due immagini non sembra aver divertito tanto i francesi, dal momento che i manifesti sono stati subito tirati giù dagli spazi delle città, ritirati su richiesta dell’authority per la pubblicità per essere “indecenti”: il presidente dell’organismo Stephane Martin ha parlato di “rappresentazione sessuale espicita” e di immagini “degradanti per le donne”.

Già maggiormente prevedibile, ma non per questo onorevole per chi ha operato la decisione, è quanto accaduto a The Girl With The Dragon Tattoo (Millennium: Uomini che odiano le donne, in Italia) di David Fincher in occasione della distribuzione in India: l’organo di censura indiano ha infatti giudicato “inadatto alla pubblica visione” il film a causa della presenza di alcune scene esplicite di natura sessuale, tra le quali nudi femminili, uno stupro ed un rapporto saffico.

L’organo indiano ha invitato la produzione a tagliare le scene incriminate, azione alla quale il regista si è opposto: dunque Sony Pictures, distributore del film, ha rilasciato un comunicato nel quale afferma di voler rispettare la volontà del regista e al contempo la decisione di parte indiana, rinunciando a distribuire il film in India. Da questa sgradevole storia escono a testa alta proprio, e solo, il regista, che non ha voluto accettare compromessi in relazione alla sua concezione del film, e forse anche più il distributore che, con un gesto alquanto inusuale per la categoria, ha rinunciato ad una certa fetta di profitti per rispettare l’autore.

Ma non finisce qui! Questo piccolo sguardo non sarebbe completo senza un po’ di sana censura videoludica, presente in misura minore rispetto al passato, ma ancora tangibile in alcuni paesi caratterizzati da legislature in materia non esattamente al passo con i tempi. Come l’Australia, ad esempio: in questi giorni i “gamers” di tutto il mondo attendono con ansia la pubblicazione della prima demo dell’attesissimo Syndicate, “reboot” di uno storico videogame strategico rivisto sotto forma di first person shooter. “Di tutto il mondo”, tranne gli australiani: nella terra dei canguri, infatti, la pubblicazione di Syndicate è stata proibita ufficialmente.

C’è da dire che quello australiano è un caso particolare: la legislazione in materia di videogiochi, infatti, non prevede una classificazione “R18+” (riservata ai prodotti consigliati ad utenti di almeno 18 anni di età), dunque i videogames che non rientrano nella classificazione MA15+ (15 anni o più) ricevono automaticamente la sigla RC (refused classification), ovvero ne viene proibita la distribuzione (come dice qualcuno: se non vanno bene per i ragazzini, non vanno bene per nessuno): c’è da dire che dalla metà dello scorso anno le autorità australiane hanno messo mano a queste norme per risolvere l’evidente incongruenza, tuttavia l’istituzione della categoria “R18+” sta procedendo a rilento, e ciò fa sì che ancora oggi vengano messi al bando prodotti commercializzati senza problemi nel resto del mondo.

Il documento che attesta la censura di Syndicate a causa della rappresentazione di violenza grafica fa riferimento ad una sequenza che coinvolge un “mitragliatore G290” e recita «I combattenti subiscono danni localizzati sul corpo, e possono essere facilmente smembrati o decapitati dai colpi dell’arma. I colpi sono accompagnate da copiosi spruzzi di sangue e le ferite sono visualizzate con dettagli realistici: carne ed ossa rimangono spesso scoperti, mentre spruzzi di sangue arterioso continuano a schizzare dalla ferita ad intervalli regolari».

Insomma, c’è un giocatore al mondo capace di giungere al termine di una descrizione simile senza scoprirsi a sbavare? La miopia della legislazione australiana è stata più volte accusata di incentivare la pirateria informatica o, nel migliore dei casi, la si è spesso aggirata acquistando dall’estero i prodotti incriminati, comportamento che già molti utenti dichiarano di voler adottare nel caso la situazione non si risolva a breve.

Perché l’unico aspetto certo della censura sta nel fatto che in qualche modo viene elusa: con buona pace di chi, nel 2012, ancora pretende di imporre schemi estetici o morali all’arte o, più in generale, alla libertà di scegliere.

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