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22 marzo 2012

Kony 2012, il dramma ugandese divide il mondo

Continua a far parlare di sé Kony 2012, il videodocumentario, girato dal film-maker statunitense Jason Russell, che ha portato alla ribalta mondiale i crimini del generale Joseph Kony, guerrigliero ugandese leader del movimento ribelle di matrice cristiana LRA (Lord’s Resistance Army).

Alfiere di questa battaglia, Jason Russell è uno dei co-fondatori di Invisible Children, un’organizzazione no profit impegnata, fin dal 2006, in una difficile opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale circa la tragedia dei bambini soldato in Africa e, più in generale, circa le drammatiche condizioni in cui da tempo versa la popolazione ugandese.

Un viaggio in Uganda con alcuni amici. È così che è nato “Stop Kony”, il movimento voluto da Russell allo scopo di rendere questo macellaio “famoso” agli occhi del mondo e di ottenerne la cattura entro il 31 dicembre di questo stesso anno.

Con oltre 75 milioni di visualizzazioni, il documentario (postato solo il 5 Marzo 2012!) è subito divenuto un fenomeno mediatico di dimensioni globali. I miracoli del broadcasting!

Merito soprattutto dei social network, il vero, grande trampolino di lancio di questa coraggiosa e discussa campagna.

Da Facebook a Twitter la notizia è rimbalzata come una biglia impazzita da un angolo all’altro della terra, aprendo gli occhi dell’opinione pubblica mondiale su un dramma di cui pochi, pochissimi erano a conoscenza.

Al centro della denuncia lui, Joseph Kony, dal 2005  ricercato numero 1  della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. 33 i capi di imputazione: 12 per crimini contro l’umanità e 11 per crimini di guerra.

Ossessionato dall’idea di uno stato teocratico fondato sui Dieci Comandamenti e responsabile di orrende barbarie (stragi di civili, rapimenti, mutilazioni, riduzione in schiavitù sessuale di donne e bambini, sfruttamento di bambini-soldato) , questo oscuro signore della guerra si considera ed è considerato “un novello messia”,  un’emanazione diretta dello Spirito Santo, un Padreterno insomma. Fanatismo religioso e dittatura: un mix letale, che ha insanguinato e continua ad insanguinare un’Uganda sempre più impotente e abbandonato al suo destino.

Una violenza che, come sempre, si accanisce sui più deboli di tutti: i bambini. Le stime parlano da sole: in 25 anni di terrorismo il boia ugandese avrebbe sottratto alle famiglie e armato oltre 60mila bambini! 60mila infanzie rubate, 60mila innocenti costretti ad uccidere, violentare, razziare la loro stessa gente. Un fenomeno mediatico, dicevamo, tra i più clamorosi degli ultimi tempi, che ha sollevato ovunque reazioni contrastanti. Consensi e critiche, spesso ferocissime, con i social network protagonisti indiscussi di questa bailamme planetaria.

Ciò su cui molti concordano, ad esempio, è il tono del video, che in certi tratti tocca punte di paternalismo francamente eccessive.

Un perbenismo, forse involontario, ma che, tuttavia, è riuscito laddove il giornalismo colla G maiuscola ha finora fallito: denunciare una violenza su cui molte penne rispettabili hanno spesso sorvolato per ignoranza, soprattutto, ma anche per malafede, miopia intellettuale o semplice snobbismo. Di questo va dato e preso atto, risponde il partito pro-Kony2012.

Vero è che molti ci avevano provato prima di Russell e del suo Kony 2012, ma va detto anche che nessuno prima di Invisible Children era riuscito a raggiungere una diffusione tanto rapida e capillare. Rompere la campana di silenzio che anni di indifferenza aveva calato sull’Uganda è stato un passo fondamentale.

Ma si sa: grandi fenomeni grandi polemiche. C’è chi punta il dito contro i costi del video (che sembrerebbero “altini”), chi avanza dubbi sulla “legalità” della raccolta fondi promossa dall’Ong e chi trova di pessimo gusto la foto dei fondatori di Invisible Children, immortalati mentre imbracciano armi automatiche mescolati ad un gruppetto di guerriglieri del Sud Sudan.

Qualcuno, addirittura, si dice sicuro che l’opereazione “Kony 2012” nasconda in realtà un obiettivo assai meno nobile di quello proclamato da Invisible Children e dal suo primo sostenitore, il Presidente Obama.

Il sospetto, insomma, è che dietro la facciata “umanitaria” si celi una strategia politica ben precisa.

Gli States, in altre parole, avrebbero messo gli occhi sull’Uganda. Il motivo? Petrolio e minerali. In una parola “espansionismo”.

Molti altri ancora parlano di traffici d’armi, di finanziamenti americani ai ribelli, della volontà degli Stati Uniti di aprire un fronte africano di lotta al terrorismo e via “peggiorando”…

Ma quali sono state le reazioni in Uganda? Anche qui il braccio di ferro tra apologeti e detrattori continua più intenso che mai.

Sebbene, anche tra i cosiddetti “apologeti”, c’è chi avanza qualche perplessità. “Se alle persone in quei Paesi interessa davvero la nostra situazione, nessuno dovrebbe più indossare magliette con l’immagine di Joseph Kony”, lamenta qualcuno. “Farlo significherebbe gioire delle nostre sofferenze”.

Altri si dicono dubbiosi circa le reali intenzioni di Invisible Children, sospettata di sfruttare la tragedia ugandese per fini auto-promozionali e di lucro. Altri ancora si sono sentiti letteralmente “traditi”, prendendo a sassate gli schermi improvvisati su cui avevano deciso di proiettare il famoso documentario: un film fatto dai bianchi per bianchi! Per loro, infatti, dare la caccia a Kony, bombardare l’Uganda  significherebbe solo altre morti, altri rapimenti, altre efferatezze. Significherebbe, cioè, perdere per sempre i propri figli rapiti, con l’incubo di nuovi rapimenti, nuove violenze, nuove crudeltà.

In sintesi: non vogliono peggiorare le cose né tantomeno passare da un padrone all’altro.

Intanto è di pochi giorni la notizia dell’arresto di Jason Russell,  sorpreso mentre, nudo, si masturbava in pubblico, picchiando furiosamente le mani sul marciapiede e vandalizzando alcune auto in sosta.

“Esaurimento nervoso” ha subito spiegato la famiglia.

Diagnosi confermata anche da Invisible Children, che in una nota ha giustificato l’accaduto  attribuendo la crisi di Jason ad una forma piuttosto acuta di psicosi:  “le ultime due settimane sono state molto pesanti per tutti noi, in particolare per Jason, e questo peso si è manifestato nell’increscioso incidente della notte scorsa”.

Il film maker, spiega l’organizzazione, si era dovuto difendere da pesanti critiche ed accuse di finanziamento illecito (a sostenere l’Ong, secondo gli accusatori, pare sia l’estrema destra repubblicana legata al neoconservatorismo di Bush), che ne avrebbero gravemente minato lo status psichico.

 

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