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5 aprile 2012

L’arresto dei fucilieri italiani in India: questione di diritto internazionale

La vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i fucilieri italiani appartenenti alle Forze Speciali da Sbarco San Marco,  detenuti in stato di fermo in un carcere di Trivandrum (India) con l’accusa di aver ucciso due pescatori lo scorso 15 febbraio al largo delle coste indiane, appare ben lungi dal trovare una pronta soluzione.

Si è in presenza, indubbiamente, di un problema dalle svariate implicazioni, politiche, diplomatiche, ma soprattutto giuridiche giacché nel contrasto  tra le versioni italiana ed indiana dipende l’individuazione della  competente giurisdizione.

Il primo punto di conflitto riguarda la dinamica dell’incidente : innanzi all’accusa formulata da parte indiana di un’uccisione immotivata dei due pescatori da parte dei militari nostrani,  le autorità italiane sostengono che Latorre e Girone hanno semplicemente respinto un tentato atto di pirateria sparando dei colpi a titolo di avvertimento.

Indipendentemente da come siano andati i fatti la questione va esaminata e letta tenendo bene in considerazione che simili accadimenti richiedono la stretta osservanza della normativa internazionale, che gli Stati, a mezzo di trattati e accordi, hanno stipulato e ratificato proprio al fine di evitare contrasti e diatribe diplomatiche.

La Convenzione di Montego Bay del 1982, ratificata anche da Italia e India,  all’art. 27 espressamente stabilisce che “ lo  Stato costiero non dovrebbe esercitare la propria giurisdizione penale a bordo di una nave straniera in transito nel mare territoriale, al fine di procedere ad arresti o condurre indagini connesse con reati commessi a bordo durante il passaggio”. La norma prevede delle tassative eccezioni: a) se le conseguenze del reato si estendono allo Stato costiero; b) se il reato è  di natura tale da disturbare la pace del paese o il buon ordine nel mare territoriale; c) se l’intervento delle autorità locali è stato richiesto dal comandante della nave o da un agente diplomatico o funzionario consolare dello Stato di bandiera della nave; d) se tali misure sono necessarie per la repressione del traffico illecito di stupefacenti o sostanze psicotrope.

Il punto di maggiore criticità nella contesa tra i Paesi coinvolti è il c.d. “locus commissi delicti”, vale a dire il luogo di commissione del reato: secondo le autorità indiane l’incidente sarebbe avvenuto nelle acque territoriali, ossia quell’area di mare, adiacente alla costa ed estensibile fino a 12 miglia, con conseguente applicazione della giurisdizione indiana.

In realtà come confermato più volte dalle autorità civili e militari italiane, l’evento si sarebbe verificato a 32 dalla costa indiana, quindi in acque internazionali e la giurisdizione opererebbe in favore dello Stato italiano.  Non va dimenticato, a tal proposito, che  Latorre e Girone hanno aperto il fuoco mentre erano a bordo della petroliera Enrica Lexie immatricolata in Italia e battente bandiera italiana.

L’Art. 97 della citata Convenzione espressamente prevede che “in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione nell’alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave o di qualunque altro membro dell’equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato di bandiera o dello Stato di cui tali persone hanno la cittadinanza”. Inoltre, al medesimo articolo è stabilito che “il  fermo o il sequestro della nave, anche se adottati come misure cautelari nel corso dell’istruttoria, non possono essere disposti da nessuna autorità che non sia lo Stato di bandiera”.

Un altro aspetto non meno rilevante è che i fucilieri italiani operavano a bordo della Enrica Lexie a largo delle coste indiane in base alla Legge n. 130/2011, adottata dal Parlamento per combattere il fenomeno della pirateria in ossequio alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu.  Ne discende che la condotta dei due militari devono essere imputati direttamente allo Stato di appartenenza.

E’ la c.d. “immunità funzionale” di cui beneficiano tutti gli organi dello Stato per gli atti compiuti all’estero nell’esercizio delle funzioni; è impedimento concreto all’esercizio della giurisdizione dello Stato straniero. Alla luce di quanto detto il comportamento dei due militari sarebbe da intendersi quale un atto dello Stato italiano e quindi non attribuibile all’individuo sebbene lo abbia materialmente compiuto.

Appare di tutta evidenza che la vicenda è di estrema delicatezza e non solo per la personale situazione dei militari nostrani che rischiano di essere assoggettati ad un sistema processuale  – quello indiano – che prevede la pena di morte, peraltro in un clima anti-italiano abbastanza foraggiato dai media locali; in gioco ci sono questioni di altrettanta rilevanza.

Partendo dal presupposto che il rispetto del diritto internazionale non vuole essere strumentalizzato per garantire ai militari italiani una sorta di impunità,  in gioco ci sono principi e norme che regolano i rapporti tra gli Stati che se violati creerebbero un pericoloso precedente.

 

 

 

 

 

 

 

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