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27 luglio 2012

Gli slogan dell’imagologia

Se osserviamo l’ ormai a dir poco dismesso panorama televisivo, la costante che a fasi alterne ha caratterizzato la visione dello spettatore è la pubblicità cosiddetta erotica.

Forma di pubblicità che fa leva sul sex appeal per attrarre l’ attenzione dei destinatari, essa tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento si sviluppava attraverso  manifesti diretti per offrire materiale pubblicitario nel quale l’eros con un  valore desessuato, stava a strumento del pubblico, rappresentando i canoni di  grazia iconografica classica di derivazione ellenica.

Eros classicamente significava ammirazione del bello assoluto la cui icona era la nudità e la forza muscolare per lo più maschile. Nel periodo postbellico e fino agli anni Sessanta, una certa censura per l’ effetto diretto e indiretto dei partiti cattolici italiani, influiscono restrittivamente sui manifesti pubblicitari. Dagli anni Settanta del Novecento, invece, il sesso irrompe nelle pubblicità, perché fantino di quel cambiamento di costumi tutto sessantottino. Esso rifletteva lo stereotipo maschilista che doveva barcamenarsi, in pubblicità, tra l’originalità attrattiva e lo specchio della cultura allora vigente.

Gli anni Ottanta e Novanta vedono, complice anche l’uso diffusissimo dei media e delle innovazioni tecniche di essi, l’introduzione di un sex appeal pubblicitario di bisessualità e androginia che spazza via l’ antica divisione di sessi con una miscellanea di credenze. Questa fase di transizione ha ad esito la comparsa dell’uomo oggetto in pubblicità, ultimo baluardo e prodotto dello pseudo femminismo. Certo la violazione di ogni barriera per una democrazia sessista banalizzano ed affaticano anche il desiderio sessuale che vi è sottinteso.

Nel regno dell’ imagologia nel quale si susseguono una serie di slogan ed immagini suggestive, il sesso e l’eros sono finalizzati all’ottenimento di beni di consumo, espressione dell’ attivismo della civiltà moderna. In questo senso la riduzione dell’ eros da fine a mezzo (pubblicitario) ottiene di esso un livellamento normalizzatore.

L’uomo di massa -prefigurato in l’Antimeridiano da Luciano Bianciardi– utente ideale di consumo, vede la prostituzione moderna pubblicitaria, materializzarsi in ogni sorta di slogan per vendere il prodotto. Anche la banalizzazione necessita però di un’inventiva crescente perché fagocitando le idee necessita di un sempre maggiore nutrimento da annientare.

Il consumatore-utente subisce un perenne stimolo del simbolo sessuale è condotto a muoversi all’infinito nella reiterazione di un coito inesistente che lo distacca dall’eros vissuto e lo costringe entro rappresentazioni caricaturali. Insomma il contrario dell’ insubordinazione leggera letteraria che è rovesciamento permanente dei luoghi comuni. La mancanza di punti di riferimento tipica della modernità coinvolge oltre all’ ideologia ed alla cultura anche i mores.

 

Fonte foto: kultunderground.org

 

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