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15 luglio 2012

Profumo: Più tasse per 600mila studenti fuoricorso

 Il ministro dell’istruzione Francesco Profumo critica apertamente quello che sembra un vizio del tutto italiano: “gli studenti fuori corso all’università esistono solo da noi, bisogna cambiare rotta”. Sono infatti quasi 600mila coloro che non hanno completato il ciclo di studi nei tempi previsti, il 33,59% del milione e 782 mila iscritti nell’anno accademico 2010/2011. Secondo il ministro non si tratta solo di un costo per lo Stato italiano ma anche di un costo sociale e culturale, così affermando: “all’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi. Credo che la scuola sul rispetto delle regole debba dare un segnale forte perché gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali”.

Anche la spending review tocca l’argomento degli studenti fuori corso. Uno dei provvedimenti infatti, punta all’aumento delle tasse per coloro che passano all’università molti più anni del previsto. Attualmente ogni università non può ottenere come finanziamento dalle tasse universitarie più del 20% di quanto riceve dal ministero dell’Istruzione attraverso il fondo di funzionamento ordinario. Con il nuovo decreto nel computo di questo 20% non verrà considerata la quota delle tasse che deriva dagli studenti fuori corso ed extracomunitari. Di conseguenza, ciascuna università può decidere di aumentare le tasse agli studenti fuori corso.

Una misura punitiva? Non secondo il ministro Profumo, che invece afferma che “questo farà in modo che imparino a non perdere tempo”. Ma la domanda è, pagare di più porta gli studenti a velocizzarsi? “Non credo. Penso che piuttosto bisogna valorizzare le capacità delle persone, orientandoli in maniera mirata, come stiamo facendo con il portale www.universitaly.it”. Altra soluzione proposta dal ministro è quella di invitare le università a creare le condizioni migliori anche per gli studenti lavoratori, in modo tale che anche questi possano seguire i corsi con regolarità, aggiungendo che “i costi del non fare sono costi che il Paese non può più sostenere” e che “un po’ di bastone e carota servono” poiché “questo è un paese che ha bisogno di essere trattato in questo modo. E dobbiamo avviare questo processo“.

Il rettore dell’università più grande d’Europa, Luigi Frati spiega che “alla Sapienza di Roma è obbligatorio dopo tre anni di fuori corso” in quanto “è uno dei modi per facilitarli nel raggiungimento della laurea”. A suo parere i 162mila studenti sui 289mila che si sono laureati fuori corso nel 2010 (dati Miur) non sono fannulloni, ma “giovani in difficoltà” che andavano aiutati con misure concrete, come ad esempio la Telmasapienza, l’unica università telematica pubblica messa a disposizione degli studenti fuori regione dalla Sapienza. Ma ciò nonostante, la Sapienza rimane con i suoi 40mila studenti fuori corso.

Caso opposto invece, quello della Luiss, l’ateneo di Confindustria, che ha poche decine di studenti fuori corso e un tasso di abbandono dopo il primo anno pari allo 0%, rispetto al 17% della media nazionale. Qui gli studenti si laureano di media in 5 anni e 3 mesi per la laurea specialistica, contro gli anni della media italiana. Sarà forse merito degli 8mila euro annui da pagare? Il direttore generale Pierluigi Celli afferma: “I soldi possono essere un deterrente, ma il vero problema è che gli studenti vanno seguiti. Se uno studente da noi non dà esami per due semestri consecutivi, cerchiamo di capire quali sono i suoi problemi, lo facciamo seguire da un tutor.” Giuseppe Failla del Forum nazionale dei giovani sostiene che si tratta di una situazione attenuata rispetto allo studente che si ritrova in atenei colmi, abbandonato a se stesso e con costi altissimi, sopratutto per i fuori sede.

Ultima critica, ma non per questo meno significativa, del ministro Profumo è per i suoi predecessori, affermando: “I pesantissimi tagli avviati dalla riforma Gelmini, lodata e fatta propria dall’attuale governo che hanno sottratto all’università pubblica risorse e strutture necessarie, hanno precarizzato ulteriormente il personale docente dequalificando l’offerta formativa e costretto moltissimi aspiranti ricercatori alla fuga verso atenei di altri Paesi per mancanza di investimenti sulla ricerca”.

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