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15 luglio 2012

Se Google si mette a spiare Apple

E’ vero, tutti lo sanno: Google si chiama così perché i suoi fondatori, brillanti studenti dell’Università di Stanford, vollero giocare con le parole e richiamare il vocabolo inglese goggles, ossia un qualunque paio di “occhialini” (sportivi, militari, da lettura), in modo da creare un motore di ricerca per scrutare meglio e nel dettaglio la vastità della rete e guardarla, così, da vicino.

Stavolta, però, le lenti di Google hanno esagerato, e si sono spinte anche dove non si poteva.

Pare, infatti, che i programmatori di Mountain View, attraverso un escamotage non consentito, abbiano fatto in modo di registrare tutte le ricerche web degli utenti Apple, monitorandone, in questo modo i gusti, le scelte, gli acquisti, le informazioni, i bisogni, gli spostamenti e quant’altro.

A sostenerlo è la Commissione federale per il commercio degli Stati Uniti (FTC), ente governativo il cui motto è “protecting America’s consumers“, che dopo aver intrapreso nei confronti dell’azienda un’istruttoria formale per accertare i fatti, ha raggiunto con la stessa un accordo, comminandole una “multina” di “soli” 22,5 milioni di dollari, la più alta mai inflitta ad un soggetto economico privato.

Nello specifico, secondo quanto emerso dall’indagine dell’FTC, al centro della vicenda starebbe la creazione di un “cookie” da parte di Google che avrebbe “aggirato” le opzioni di sicurezza di Safari. I cookies, come noto, sono codici della navigazione web che, essendo installati in tutti i siti internet, intercettano, per così dire, il visitatore, registrandone il passaggio e consentendo di tracciare il suo percorso su e giù per la rete.

Grazie a qualche trucco top secret, i tecnici di Google sarebbero riusciti, pertanto, ad installare dei cookie nascosti, in grado di intrufolarsi silenziosamente all’interno di Safari senza che il browser rilevasse una intrusione nelle impostazioni per la privacy. Risultato: una bella indagine di mercato occulta e gratis, all’insaputa dei milioni di utenti Apple che, navigando dal proprio iPhone, Mac, o iPad, avrebbero consegnato ai Google-spioni valanga di dati.

Qualche tempo fa, il web-colosso aveva dichiarato in tutta fretta al Wall Street Journal che i cookie erano stati tutti rimossi, che nessuna informazione di carattere personale era stata acquisita attraverso la loro installazione e che, anzi, quegli stessi cookie non avevano lo scopo di evitare i blocchi per la privacy di Safari; ciò, malgrado la multa salata e nonostante gli accertamenti effettuati dalla Commissione per il commercio. Liberi di crederci o meno, gli utenti del web non hanno potuto fare a meno di sollevare qualche dubbio sui profili etici del comportamento di “big G“, che peraltro proprio in questi giorni sta diffondendo la propria iniziativa Legalise Love, a favore della lotta a qualunque omofobia sui luoghi di lavoro, facendosi portabandiera della parità di genere (vedi articolo di Danilo Ruberto).

Come a dire, se da un lato l’etica dell’azienda non è in dubbio, dall’altro, forse, la stessa integrità morale ha scricchiolato, di fronte alla tentazione di uno spionaggio industriale fatto in casa, poco ortodosso ma potenzialmente molto, molto redditizio, con buona pace della privacy di molti.

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