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27 agosto 2012

Com’è stata uccisa l’Università Americana

Usciti dalla bolla delle ferie estive, nelle narici già l’odore di foglie cadute e lucido per stivali ed ecco ricomparire le discussioni e i dibattiti in tema d’istruzione e scuola.

Poco importa che si tratti di primarie, secondarie o addirittura di università; come una sorta di presepe moderno, la scuola esce dall’immaginario collettivo a giugno per ricomparire magicamente a settembre: forse un retaggio di quel ritmo scolastico da tutti, chi più, chi meno, vissuto?

Quel che è certo è che con il ritorno della “scuola” riparte anche la consueta autoflagellazione degli italiani sull’argomento, con quel pizzico di esterofilia che rende ancor più cupa la lettura di quello che è già un universo in grande sofferenza. Se infatti il mondo dell’istruzione ha probabilmente subito, a tutti i livelli, forti colpi negli ultimi anni (per una quantità di ragioni che non potrebbero essere qui elencate), l’erba del vicino non è però sempre più verde.

Un post apparso pochi giorni addietro (trad. ita. qui) sul blog del professore statunitense Homeless Adjunct, ha infatti rotto quella sorta di idillio nel quale l’Università americana viene pensata e, con i centinaia di commenti ricevuti, ha riacceso il dibattito al di qua e al di là dell’oceano. La tesi porta l’eloquente titolo: “com’è stata uccisa l’Università americana in cinque semplici passi”: una sorta di cronistoria di come e, soprattutto, perché gli ultimi anni hanno assistito ad un lento ma sistematico smantellamento dell’istruzione universitaria.

Se da una parte gli studenti americani pagano decine di migliaia di dollari l’anno, dall’altra il 67% dei loro docenti sono Adjunct Professors: precari con contratti da 10.000 dollari l’anno senza sanità o pensione, senza possibilità di aggiornamento o crescita professionale e, per di più, senza libertà d’insegnamento. In genere questa categoria dimenticata dalle cronache sopravvive non solo grazie a secondi lavori ma, spesso, addirittura grazie all’assistenza sociale. In tutto questo, poi, i presidenti degli atenei, i consiglieri di amministrazione e gli allenatori delle squadre del campus s’intascherebbero invece stipendi faraonici, da centinaia di migliaia fino a milioni di dollari all’anno.

I cinque passi per la distruzione individuati da professore-senza-fissa-dimora sono quindi: tagliare i fondi alla pubblica istruzione superiore (C. Newfield, Unmaking the Public University), deprofessionalizzare e impoverire la classe docente, introdurre una classe di manager/amministrativi che governi l’università, fare entrare la cultura aziendale e i soldi aziendali, distruggere gli studenti. Se questo progetto ci suona abbastanza familiare da non necessitare precise chiarificazioni, un paio di parole possono essere spese quantomeno circa l’ultimo punto.

I nostri studenti non possono avere docenti disponibili a tempo pieno, professori in grado di essere mentori e consiglieri, programmi preparati dai docenti e nuovi ogni semestre, un’ampia varietà di corsi tra cui scegliere. Invece sempre più università hanno curriculum prefissati che dettano gran parte dei corsi di studio, in cui la maggior parte delle lezioni è costituita da corsi comuni scelti dall’amministrazione e impartiti da un esercito di docenti part-time sottopagati, in un modello che somiglia più a una fabbrica dell’industria alimentare o a un fast food che a un istituto di alta formazione”. Un’istruzione che sembra allora sempre più una catena di montaggio e che, invece di stimolare le giovani menti ed accrescerne le capacità critiche, si prefigge di uniformare, appiattire l’istruzione in un mondo bidimensionale ideato in chissà quale ufficio amministrativo.

Ed è per questo che non si ammetterà mai che l’università è morta: sarebbe il primo passo per il cambiamento. Quel mondo di burocrati costruito per formare nuovi burocrati si reggerebbe invece precisamente sulla costruzione dell’illusione che questa sia l’unica via, che questo mondo universitario sia la sola strada per la realizzazione personale. “Diranno che l’università è obbligatoria per essere degli adulti felici. Nel frattempo, manterranno questa classe precaria e sottopagata di edu-nomadi, continueranno a diseducare e indebitare gli studenti per assicurarsi la loro docilità, trasformeranno le istituzioni a seconda dei loro interessi aziendali”.

In definitiva, al mondo dell’alta formazione non sembra giovare il clima d’oltreoceano. Non pare quasi possibile che questi discorsi riguardino luoghi ormai entrati nel mito collettivo come Harvard, Cambridge o Yale. L’elemento più interessante di questo post di denuncia non però è tanto la lettura della condizione universitaria americana, quanto piuttosto le ragioni di questo “assassinio”. “Nel giro di una generazione, in cinque facili passi, non solo gli studiosi e gli intellettuali di tutto il paese sono stati messi a tacere e quasi cancellati, ma l’intera istituzione universitaria è stata dirottata e trasformata in una macchina attraverso la quale le future generazioni sono completamente impoverite, indebitate e messe a tacere”.

Perché? Perché l’istruzione “allena ed allarga la mente, sviluppa un essere umano più completo, una persona dalla intelligenza più attiva e un cittadino più coinvolto” scrive l’anonimo professore, e perché “negli anni ’60 i campus universitari americani furono gli incubatori del dissenso popolare che si manifestò apertamente contro la guerra del Vietnam, contro il razzismo, contro la distruzione dell’ambiente, contro la misoginia, contro l’omofobia: tutte cose che all’establishment non piacquero affatto”.

Tralasciando allora quello che forse può essere anche considerato un eccesso di complottismo, possiamo quanto quantomeno concordare con le parole che Wells scrisse già nel 1920: “la storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe”; e, ad oggi, la partita in gioco pare essere la stessa, tanto di qua quanto di là dell’oceano.

Selene Parigi

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