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19 settembre 2012

Arriva il tablet: carta in pensione, i luoghi comuni restano

Scuola 2.0, il tablet manda in pensione la carta. I vecchi luoghi comuni invece restano. A un giorno dalla firma dell’accordo fra il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo e i rappresentanti di undici regioni per favorire l’innovazione pedagogica della scuola italiana, l’annunciata “rivoluzione digitale” dell’istruzione pubblica ha causato più mal di pancia che speranza. Smaterializzazione della carta, lavagne digitali e tablet non convincono Uil Scuola che con un “dossier verità” cerca di fare luce sui “mantra sui quali si è basata l’azione soprattutto dello scorso governo”.

Il risultato è il ritratto di una scuola ipercritica, sfiduciata e colma di luoghi comuni. A partire dal capitolo spesa  a cui lo Stato dedica “solo” il 4,7 per cento del Pil nazionale contro una media europea del 5,44 per cento. In poche parole a chi dice che in Italia si spende troppo e male in istruzione, Uil Scuola ribatte con la posizione di coda nell’Unione Europa occupata dell’Italia in compagnia di Bulgaria (4,5%), Romania (4,2%) e Repubblica Ceca (4,3%). Esempio virtuoso di vero Paese spendaccione sarebbe invece la Danimarca con un investimento del 8,7 per cento, pari al doppio di quello italiano.

Altro mito da sfatare secondo il dossier  le classi pollaio. Un tormentone, quello del sovraffollamento che ha giustificato il taglio di 87 mila cattedre nel quadriennio passato. Le classi italiane infatti ospitano in media 21,3 alunni, lo stesso valore della media europea, anche se “è evidente che in Italiasi legge c’è un problema di distribuzione, che gli interventi lineari non hanno toccato per cui ci sono troppe classi con 30 alunni e oltre.”

A crollare è anche il pregiudizio del “troppo sui banchi e quello degli studenti mammoni. Terminando gli studi a 19 anni in poche parole i giovani italiani non sono in ritardo rispetto ai coetanei europei, età che appartiene invece alle nazioni più performanti. In 16 dei 27 paesi dell’Unione il termine della scuola superiore è fissato a 19 anni mentre in 11 paesi è prevista un’uscita anticipata a 18 anni.

Giustificato invece il leit motiv degli insegnanti sottopagati, che rispetto ai colleghi europei guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno. “Nel dettagliosi legge –  se un insegnante italiano di scuola media ad inizio carriera guadagna 24 mila euro (la media Ue è di 28 mila) un collega tedesco ne guadagna 42 mila, uno spagnolo 34 mila“.

Troppo duri con noi stessi anche nel voler demolire le ore di insegnamento, giudicate eccessive. Nella fascia di età 7/14 anni in Europa si spendono 6652 ore di insegnamento medie. Parametro rispetto al quale l’Italia sarebbe in vetta alla classifica con 8316 ore complessive seguita da Olanda (7.700), Francia (7.432) e Irlanda (7.425). Ma non tutto lo studio viene per nuocere. “La considerazione che non traspare dalle statistiche spiegano da Uil Scuola – è che il tempo pieno nella scuola primaria e il tempo prolungato nella scuola media, rappresentano una tipicità italiana fortemente positiva non altrettanto diffusa in Europa.” In parole povere il modello europeo da imitare potrebbe essere proprio il nostro Paese.

Luci ed ombre infine rispetto agli obiettivi europei di Lisbona 2010 e il prossimo traguardo di Europa 2020. Bene la lotta all’abbandono scolastico, ridotto del 7 per cento in dieci anni dal 25,9 per cento al 18,8 per cento. A posto anche rispetto ai livelli di innalzamento dell’istruzione dove siamo allineati con gli altri paesi al 79 per cento. “Siamo lontani, invece in relazione al livello delle acquisizioni delle competenze di base dove registriamo un decremento dell’11 per cento”.

Un quadro critico quello dell’istruzione italiana, che con l’inizio dell’anno scolastico si appresta a essere investito da un’ondata di modernizzazione.

La scuola si è purtroppo abituata alle innovazioni annunciate e ai cambiamenti trasmessi con le circolari commenta Massimo di Menna di Uil – scaricando il peso delle innovazioni sul personale. Vedremo se queste innovazioni saranno accompagnate da una azione di coinvolgimento, di formazione, sostegno e supporto.” Bene la modernizzazione ma senza scordare il ruolo dell’insegnante.

La spinta alla modernizzazione – conclude -, dovrebbe partire dalla riduzione del peso della burocrazia. Siamo in presenza, invece, di pezzi di amministrazione che non si fidano gli uni degli altri che, invece di lavorare in team, si scambiano corrispondenza allungando il tempi delle decisioni“.

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