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7 settembre 2012

“Il Fallimento dell’Università Italiana”: un nuovo libro per un vecchio argomento

Si torna a parlare di un argomento che ha fatto discutere e che farà discutere se non verranno presi provvedimenti urgenti alla cosa: il fallimento dell’università italiana.

A riportare in auge la tematica è un libro – Il fallimento dell’università italiana – scritto da Simone Colapietra, studente ormai prossimo alla laurea.

Il giovane scrittore, intervistato dal nostro giornale lo scorso 8 agosto, pone all’attenzione di tutti i gravosi problemi che sono presenti e che, da anni, affliggono il sistema universitario italiano che cerca di standardizzarsi al sistema anglosassone. Il primo passo verso il baratro fu la riforma Berlinguer, del 1999. La riforma, chiamata dall’autore riforma-scempio del 3+2, ha introdotto la suddivisione dei cicli e il sistema dei crediti formativi.

Come riporta il sito ilfaroonline.it, la riforma fu promulgata con l’idea di portare grosse novità ed una ventata di freschezza; ma dopo 13 anni il risultato è un fiasco gigantesco su tutta la linea.
L’autore effettua anche un’ analisi sulla spalmatura di lauree quadriennali in quinquennali, con conseguente aumento degli esami.

Altri argomenti affrontati sono gli studenti analfabeti (tramite uno studio dell’OCSE), la svalutazione delle tesi di laurea e un’aspra critica nei confronti delle lauree biennali specialistiche, affermando che gli esami sono una ripetizioni degli esami della triennale.

Tutte le argomentazioni e le tesi sono sostenute da informazioni oggettive ed intrinseche al sistema universitario.

L’autore effettua anche analisi al di fuori dell’ambiente universitario, e riferiti all’ambiente del lavoro. Sul libro c’è anche la dimostrazione di come l’università sia complice della disoccupazione giovanile post-laurea. Lo scrittore si pone dei quesiti importanti come il perché le aziende scartano laureati con lode o perché, per diventare commercialista, prima bastava il diploma di ragioniere e adesso bisogna avere una laurea specialistica. Queste domande sorgono spontanee, soprattutto quando si faranno i primi famigerati colloqui di lavoro, poiché oggi come oggi, il laureato triennale è una figura dequalificata, con mansioni che prima spettavano a persone con la licenza media.

Le risposte vengono date percorrendo a ritroso la strada fino all’università con la conclusione che la stessa è alla frutta e prima, anche se si criticava l’anzianità del sistema accademico, si giungeva alla conclusione che dava un ottima istruzione allo studente.

Al giorno d’oggi, il 3+2 è stato usato ed abusato per le logiche aziendalistiche presenti all’interno (gestione degli atenei) ed all’esterno (i titoli di studio) delle università italiane. i piani di studio sono stati spogliati della parte culturale e ridotti ad una conoscenza apparentemente applicabile in ambito professionale, anche se molte aziende si lamentano della scarsa preparazione dei futuri lavoratori.

Perciò, tirando una somma, la riforma-scempio del 3+2 non solo ha ucciso la cultura ma ha anche creato un nutrito gruppo di laureati con il futuro buio e con la disoccupazione alle porte.

Concludendo e seguendo il filo del libro, l’università si deve scindere dal mondo lavorativo, ma mantenendo un nesso, perché l’università è, si, il forziere della cultura ma non può dare le conoscenze professionali che si possono ottenere sul campo.

L’autore, come atto ultimo di questo viaggio, chiede ai governanti di portare l’università a livelli valevoli.

 

 

Per prendere visione dell’intervista a Simone Colapietra si rimanda al seguente link.

 

 

Fonte foto:www.essenzialeonline.it

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