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17 settembre 2012

La sociologia della vita bassa di Alberto Arbasino: ecco in cosa consiste

La sociologia della vita bassa di Alberto Arbasino
La sociologia della vita bassa di Alberto Arbasino

La sociologia della vita bassa di Alberto Arbasino

La sociologia della vita bassa di Alberto Arbasino aiuta a nuovo come una dritta ad interpretare l’epoca che degli anni Ottanta è stata la strisciante risultante.

«Intorno a casa mia vedo studenti universitari molto sciatti e poco puliti. Addosso hanno non solo vecchie magliette, ma magliette sporche. Non capisco come ci possa essere attrazione nelle coppiette lui- lei: sono tutti così malmessi e in disordine. Che tipo di attrazione provano?» (Arbasino)

Quante volte i libri si rivelino come profetici o hegelianamente veri a cicli ce lo ricorda anch’ egli con la prospettiva dalla cintola in giù, quella che prende con ironia e leggerezza le bassezze dell’ io connazionalle.

L’ impietoso e divertito commento all’attuale stagione italiana, tutta’altro che florida, nella moda della vita bassa sembra trovare quasi una metafora, un segno antropologico in cui finalmente riconoscersi.

Quando il testo poi è un ipertesto esso è vero ancor più. Si aprono allo spettatore- lettore infiniti link, ecfrasi, divagazioni, collegamenti, intersezioni a tutto il sapere e l’immaginario dell’Occidente: come dire “Tout se tient” e “only connect”.

Arbasino, uno degli intellettuali più stimabili in circolazione sulla penisola, si ritiene estraneo alla Militanza come all’Accademia, disorganico e in polemica con gli intellettuali organici, lombardo ma romano d’adozione, frequentatore del Bel Mondo e  globetrotter internazionale.

Dalla postazione di privilegio dato dall’ autonomia, esercita la sua ironia su la “cosa italiana” in senso finemente acre.  Evidenzia Arbasino i “vizi” nazionali di questo nostro “povero Paese”, solo un tempo un “Paese povero”. Vita bassa  è un  sequel  oltre che una metafora, un aggiornamento al 2008 (simbolo scolastico dell’Infinito, e dunque della nostra “cattiva infinità” nazionale).

In polemica contro il conformismo e il miserabilismo degli intellettuali italiani, poveri quando non affamati,   alla ricerca perenne di qualche greppia -il partito o Mamma Rai-,  contro l’irrisione delle ideologie totalitarie, le  idées reçues  e i tic linguistici più frusti e reiterati, attraverso la Kulturkritik egli non risparmia un Paese  abitato dai sauvages de l’Europe, perciò primitivo e vitale, corrotto e felice, oggi forse smarrito e confuso, immerso nel brago morale dei propri vizi di sempre, ma incapace di sorriderne come un tempo.

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