• Google+
  • Commenta
3 aprile 2013

Il Commissario Montalbano e Camilleri come non li avete mai letti. L’alzata d’ingegno di M.A Cerrato

Il commissario Montalbano e un Andrea Camilleri decisamente inediti nell’opera di Maria Antonia Cerrato “L’Alzata d’Ingegno”. Incontro con l’autrice

“…Il commissario Montalbano invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva.”  Basta forse solo questa breve frase per intuire di chi si sta parlando e di quale produzione editoriale si tratti. Inequivocabilmente di Andrea Camilleri e del suo ormai più che noto protagonista, il Commissario Montalbano.

Classe 1925, siciliano, registra, sceneggiatore ma, e soprattutto scrittore. Uno scrittore, Camilleri, che riuscirà a coinvolgere anche i lettori oltre confine col suo stile unico e inconfondibile. Tutti presto lo ameranno, soprattutto in Italia, grazie anche alla trasposizione televisiva delle sue storie siciliane nella felice serie Il Commissario Montalbano (RAI).

Un successo dietro l’altro, quindi, per Andrea Camilleri. Tra critiche e contestazioni, i libri di Camilleri , infatti, continuano a cavalcare l’onda del successo e a dominare incontrastati le classifiche italiane, aggiudicandosi il podio spesso per molte settimane.

Sicuramente uno scrittore che fin dai suoi primi lavori, ha avuto un importante seguito, tanto da innescare nei lettori e appassionati il desiderio di approfondire e di conoscere sempre di più dell’autore e dei suoi personaggi. Di fare vera e propria ricerca nel mondo più celato del Camilleri nazionale e della sua produzione letteraria.

Ed è cosi che nasce “L’Alzata d’Ingegno”. Un libro unico nel suo genere. Uno studio meticoloso, quasi “chirurgico” e che prova a tirar fuori tutto il mondo “meno noto” degli scritti di Camilleri, attraverso un’acuta e notevole analisi socio-linguistico dei suoi testi.

A scriverlo Maria Antonia Cerrato, classe ’84, avellinese.

Un testo senza eguali dove letteratura, studio del dialetto e analisi socio-linguistica si miscelano, per l’appunto, con “ingegno”.

Un libro che rivela tutta la passione della scrittrice per l’autore, i suoi scritti e soprattutto per i dialetti nazionali (oltre che per i siciliani).

Un libro, a cui, un appassionato di Andrea Camilleri non può non rinunciare. Pagine dedicate a chi, da appassionato lettore, intende entrare nel vivo, nella vera essenza dell’autore e della sua produzione.

Chi apprezza lo stile Camilleri non potrà, dunque, non spingersi oltre e leggere “L’alzata d’ingegno” per poter entrare davvero nel merito dei racconti del più famoso scrittore siciliano.

Maria Antonia Cerrato sarà in grado, attraverso il suo importante lavoro di analisi, di far sentire il lettore ancora una volta, e forse anche di più, protagonista del prezioso mondo dialettale dell’ormai mitico Commissario Montalbano.

[adsense]

Perché nasce “L’alzata d’ingegno”?

Devo dire che fin da bambina la forza del dialetto mi ha sempre affascinato perché “mi sono fatta pirsuasa” che esso testimonia la nostra storia e le nostre origini.  In particolare, i romanzi di Camilleri con la loro lingua “mescidata” hanno suscitato in me un forte interesse per il successo riscosso negli ultimi anni, per l’operazione letteraria che lo scrittore compie attraverso l’uso del dialetto e per il modo in cui il dialetto riesce ancora ad influenzare la produzione letteraria in Italia. Da queste riflessioni è nata l’idea di scrivere “L’alzata d’ingegno”, un saggio che analizza le varietà di lingua presenti nei romanzi di Camilleri dal punto di vista sociolinguistico, un’indagine complessa e meticolosa, qualcosa che mancava all’interno della vasta letteratura su questo amato scrittore. Compiuta questa analisi, è stato interessante capire come Camilleri, da buon uomo di teatro, si preoccupa di far emergere i tratti socio-culturali dei suoi parlanti, soprattutto dalla lingua che mette loro in bocca.

Lei, come specifica nel sottotitolo del suo saggio, ha svolto una vera e propria analisi socio-linguistica dei romanzi di Camilleri. Un autore senz’altro di spessore ma con un’accessibilità forse “relativa”. A suo parere, in considerazione dello studio e dell’analisi realizzata che sottolinea indirettamente il livello di complessità dell’autore, quanto un lettore “medio” é in grado di cogliere le mille sfaccettature del variegato mondo del Commissario Montalbano ?

Guardi, se con mille sfaccettature si riferisce alla complessità linguistica dei romanzi di Montalbano, io credo che il problema di comprensione sia “relativo”. Questo lo dico io, in base alla mia modesta esperienza  ma credo che lo confermino anche le statistiche di vendita dei suoi romanzi. I numeri parlano. Soltanto dal 1997 al 2009 sono state vendute 11 milioni di copie dei suoi romanzi in Italia. E’ vero che comprare non vuol dire leggere, è vero anche che il valore dello scrittore non possiamo farlo coincidere con quello di mercato ma credo che tra questi 11 milioni di persone ci siano tanti “lettori medi”. Certo, la diffidenza nei confronti delle opere di Camilleri è tanta. Non vorrei biasimare il lettore per questo perché la diffidenza nei confronti di una lingua “altra” è insita nella nostra società. Le case editrici sono state le prime ad essere diffidenti nei confronti di questo autore che non è riuscito a pubblicare se non a distanza di più di 10 anni dal suo primo scritto; che anche quando ha pubblicato “Un filo di fumo” nel 1980 gli è stato imposto dalla Garzanti di inserire in appendice un glossario di termini siciliani, indispensabile per la fruibilità dell’opera. Ma vi immaginate cosa vuol dire leggere un romanzo con un dizionario accanto? Appunto per questo, nel mio saggio ho voluto sottolineare che, a parte qualche blasone dell’italiano di Sicilia – come l’utilizzo del passato remoto o la posposizione del verbo – l’operazione dialettale di Camilleri investe essenzialmente il livello lessicale. E’, dunque, vero che la sua scrittura è ricca di vocaboli, locuzioni e proverbi del dialetto siciliano e addirittura di vocaboli inventati da lui, appartenenti a un “siciliano fantastico”, ma esso è anche «di facile accesso, reso contestualmente sempre o molto spesso trasparente e trattato morfologicamente come se fosse italiano». L’espediente più utilizzato per rendere il testo intellegibile ad un ampio pubblico è la glossa interna al testo oppure la glossa interdialogica. Riporto un esempio per tutti: «Perché la cosa mi feti, mi puzza».

In virtù di quanto analizzato e scritto sul dialetto siciliano, lingua “madre” negli scritti di Camilleri, ritiene che tutti dialetti italiani stiano rivivendo una fase di rinascita importante a tal punto da poter essere sempre più scelti dagli scrittori o la scelta ricadrebbe comunque sempre sui “soliti” dialetti a cui il teatro, il cinema, l’editoria ci hanno abituato?

Si, io ritengo che tutti i dialetti stiano vivendo una fase di rinascita importante. A partire dal Rinascimento il dialetto ha sempre subito il prestigio dell’italiano standard. In questa sede non è possibile ripercorrere l’evoluzione del dialetto e il suo rapporto con la lingua italiana dal ‘500 ad oggi, ma possiamo affermare con certezza che negli ultimi decenni non solo stiamo superando l’antidialettalismo, ma il dialetto sta perdendo la sua marcatezza diastratica, ovvero quella concezione secondo la quale il dialetto è “la lingua dei contadini o degli scaricatori di porto” (citando mi madre!). Il dialetto oggi non è più una condanna sociale, non è più visto come un ostacolo. Il dialetto ha recuperato prestigio sociale e ha subito una nuova collocazione, un riposizionamento all’interno della nostra società e soprattutto una rivalutazione e un mutato atteggiamento da parte dei parlanti. Il ritorno alla tradizione dialettale, ad alcuni, può apparire sorprendente. Ma non mi sorprende sapere che oggi parte della letteratura contemporanea fiorisce in dialetto anche in quelle aree in cui non si è avuta finora una tradizione scritta vernacolare e che spesso non sono state nemmeno oggetto di ricerche dialettologiche. D’altra parte, sono sicura che per il momento i dialetti che non sono i “soliti” debbano ancora faticare per guadagnarsi uno spazio tutto loro all’interno del teatro, del cinema, dell’editoria. Anche il siciliano alcuni decenni fa’ era tra le varietà di “minore” fortuna. Secondo me, il passo più importante è stato già fatto. Oggi il “fenomeno” Camilleri – insieme ad altri fatti di segno simile – conferma una maggiore disponibilità da parte degli italiani a esplorare le radici della propria storia e tradizione linguistica.

Il successo del Commissario Montalbano è da ricondurre all’uso del siciliano “modalità Camilleri” o ritiene che le storie raccontate dallo scrittore avrebbero potuto ottenere lo stesso successo se raccontate in altro dialetto o perché no, in un italiano “moderno”?

Io credo che le storie raccontate da Camilleri potrebbero aver avuto successo indipendentemente dalla lingua utilizzata perché sono storie contrassegnate non esattamente da reati di Mafia, ma dalle motivazioni più “comuni” come il potere, la vendetta, il denaro, le passioni insane. I gialli del Commissario Montalbano hanno sempre inizio con la narrazione di due storie apparentemente molto diverse che, poi, si intrecciano nelle indagini e forniscono gli indizi necessari per la risoluzione del caso. La trattazione che segue gli sviluppi del nodo narrativo in genere non è molto estesa, ma pone delle continue domande al lettore, di cui viene posticipata la risposta fino alla fine del racconto. La qualità di queste domande tiene accesa l’attenzione del lettore. Camilleri, inoltre, riesce a stabilire un rapporto empatico tra il Commissario Montalbano e il lettore, e ciò dà forza narrativa al testo, indipendentemente dalla lingua. Queste caratteristiche spiegano l’enorme successo di Camilleri anche all’estero, dove, nonostante gli immani sforzi dei traduttori, la lingua di arrivo ha molto poco in comune con la lingua di partenza. Io ho letto “Il ladro di merendine” nella traduzione inglese e sono rimasta ugualmente soddisfatta alla fine del libro, però mi mancava quel sorriso sulle labbra, quel fantasticare su alcune parole per me arcaiche, quell’apprezzare il suono del dialetto…L’innovativa operazione linguistica compiuta da Camilleri da un enorme valore aggiunto ai suoi romanzi. Non si potrebbe immaginare il Commissario Montalbano che parla un altro dialetto, se non il vigatese. Ma questo non vuol dire che le sue indagini non avrebbero potuto avere ugualmente successo se narrate in italiano neo-standard.

La sua analisi dei testi ha comportato anche un’analisi del target dei lettori di Camilleri? Ritiene posso essere una lettura davvero per tutti indipendentemente da caratteristiche socio-anagrafiche?

No, in realtà no. Io mi sono occupata dell’analisi linguistica dell’italiano parlato, in particolare dell’italiano di Montalbano e di Catarella come degni rappresentanti di due classi di italiani diametricalmente opposte, e dell’italiano scritto nei romanzi storici.  La gamma di variazione linguistica documentata nella produzione di Camilleri è quanto mai ampia e comprende almeno: l’italiano regionale, alcuni dialetti italiani, l’italiano “maccheronico” di Catarella, l’italiano neo-standard, la lingua mista italiano-dialetto, l’italiano parlato, l’italiano letterario e aulico di fine Ottocento, l’italiano popolare, l’italiano burocratico, l’italiano di stranieri e tracce di lingue straniere. Non essendo siciliana, ho dovuto affrontare maggiori difficoltà nell’analisi del dialetto, tuttavia, in nessun caso mi sono occupata dell’analisi del target di lettori. Ma dal momento che, il lettore non si trova ad dover analizzare un testo, ma semplicemente a leggerlo, io ritengo che possa essere una lettura adatta a tutti. Non a caso, Camilleri è stato definito uno scrittore “nazional-popolare”, ovvero letto anche da chi non usa frequentare le librerie e apprezzato dai diversi strati sociali. Ai lettori più restii, vorrei dire che lo scrittore alla domanda «perché usa il dialetto?» risponde: «perché prenderei in giro il lettore se scrivessi qualcosa che non sento».

Un consiglio ai tanti giovani come lei e studenti che oggi desiderano realizzare il sogno di poter veder pubblicato un proprio scritto…

Si, il sogno di vedere pubblicato un proprio libro è abbastanza diffuso tra i giovani. Forse non possiamo esser definiti un popolo di lettori, ma siamo sicuramente un popolo di scrittori. Non capisco come una cosa possa prescindere dall’altra, perché come ha detto Camilleri nella sua ultima intervista con Dandini il 17 Marzo, “si scrive per restituire una parte di quello che abbiamo letto”, quindi non mi spiego questa tendenza discordante (una delle tante) in Italia. Pertanto, innanzitutto consiglierei ai giovani di leggere molto, di documentarsi prima di cominciare a scrivere, di mettere a frutto (eventualmente) l’esperienza di stesura della tesi, di apprezzare i consigli del relatore, del correlatore, del tutor che lo segue perché probabilmente in seguito non avrà nessun altro su cui fare affidamento se non il correttore ortografico! Consiglierei di non aver fretta nella stesura, di non consegnare bozze delle quali non si è convinti, di controllare le fonti, di curare i dettagli, di rifinire ogni frase perché ci si può permettere di ripubblicare lo stesso libro 10 volte come ha fatto Walt Whitman con “Leaves of Grass”! 

Una volta che il sogno è pronto per uscire dal cassetto, bisogna fare una ricerca tra le case editrici che trattano i temi del vostro scritto. Contattatele e inviate loro il vostro manoscritto o un estratto del vostro lavoro (a seconda della serietà della casa editrice!) con una vostra breve nota biografica. Poi aspettate, resistete, se vi va ricominciate tutto daccapo o sollecitate le case editrici già contattate. Io ho ricevuto risposta anche dopo 2 anni, ovvero quando il libro era stato già pubblicato! A volte non mi hanno risposto per niente. A volte mi hanno risposto di inviare il manoscritto in cartaceo, ma poi, dopo aver pagato per la stampa del libro e le spese di spedizione, non si sono fatti più vivi. Altri mi hanno risposto di essere interessati, mi hanno proposto un contratto di edizione, ma poi dalla scheda della loro casa editrice ho notato che si occupavano di astronomia…e allora non capivo il nesso tra il loro interesse e il mio libro e ho lasciato perdere. Non lasciatevi tentare dalla prima offerta. Vi proporranno diversi contratti di edizione, se tutto va bene. Non ne esiste uno perfetto. Ognuno avrà i suoi pro e i suoi contro. Alcuni vi proporranno percentuali alte sulle vendite (per le quali vi troverete a pagare tasse di un importo superiore al guadagno), altri percentuali inesistenti. Spetta a voi la scelta. L’importante è che siate convinti. Di certo non credevate di arricchirvi con una pubblicazione, vero?

Io attualmente ho pubblicato due libri e devo dire che è emozionante seguire il processo di creazione del libro. E’ emozionante vedere il proprio nome stampato sul frontespizio. E’ emozionante ricevere le prime copie e respirarne l’odore della carta. E’ emozionante dire, poi, “Questo l’ho scritto io. E’ frutto del mio ingegno”. Ma la soddisfazione più grande deriva dall’interesse che gli altri mostrano nei confronti del tuo libro. Per questo vorrei concludere l’intervista, ringraziando la redazione di Contro Campus e invitandovi a non smettere mai di sognare (qualsiasi sia la lingua o il dialetto nel quale sognate!).

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy