Essere Fashion. Giovani fashion victim: Apparire a tutti i Costi nella società dell’immagine

Redazione Controcampus 12 Maggio 2013

Fashion, ce l’hanno detto e ridetto.

Ce lo ricordano i computer, i tablet, gli ipad gli iphone, programmi e format tv, radio, carta stampata, non ultimi i social stessi, essere obbligatoriamente fashion.

Ce ne parlano la moda, i marchi (abbigliamento, scarpe, telefonia ecc) e in generale tutte le griffe e gli accessori più ambiti del momento.

La nostra è oggi più che mai una società esteriorizzata ed esteriorizzante, una società dell’immagine, del brand, fashion, come l’hanno battezzata gli esperti, che vive di riflessi, incensi veri e  presunti, lustrini, riflettori.

Una società disorientata, che si contenta di un’affettività surrogata, annegata sotto strati di cerone e chirurgia estetica, che strizza maliziosamente l’occhio a modelli sempre meno “etici” e sempre più “estetici”. Una società spogliata di un’identità netta, sostanziale, stretta nel suo vuoto pneumatico, che avanza con larvata naturalezza, disegnando ad ogni passo un paesaggio umano sempre più desertificato, massificato, appiattito sulle mitologie e sulle sottoculture derivate dall’industria del consumo, e minato continuamente da  messaggi di insicurezza, immobilismo, precarietà, da  idealità fasulle, sogni frustranti, spietate pulsioni omologanti  e, ciliegina sulla torta, da un narcisismo patologico mai così radicale, compulsivo ossessivo.

Non ci stupisce, allora, che a portare addosso i segni più evidenti di questa trasformazione siano proprio i nostri giovani (adolescenti soprattutto), catapultati (se non addirittura nati) in una stagione storica di cui non hanno coscienza, nella quale le certezze etiche di una volta hanno già da tempo  perduto ogni residuo diritto di cittadinanza. I paradigmi culturali sono cambiati. Viviamo nella post-idealità della rete, in cui tutto è simbolico, immateriale, non fa rumore.

Fashion victim sin da piccoli

Fashion victim sin da piccoli

I giovani italiani preferiscono apparire, essere sempre e necessariamente fashion. L’identità individuale del giovane d’oggi, prima ancora che nello spazio e nel tempo “fisici”, materiali, si gioca a livello astratto, virtuale e simbolico, strutturandosi secondo nuovi linguaggi e modalità espressive.

Lo spirito del nuovo tempo (globalizzazione, rivoluzione informatica, contaminazione diffusa) ha prodotto cioè un nuovo modo di comunicare, una semantica nuova, che eleva il visivo sopra ogni cosa, con l’apparenza eletta  a misura di tutte le cose, visibili e soprattutto invisibili come l’identità. Un’immagine vale più di cento parole, si dirà. Ma non è così semplice.

L’esteriorizzazione oggi è così generalizzata e diffusa che a scomparire è il discrimine stesso tra contenuto e contenitore.

Ma come si esprime oggi, nel concreto, questa matta e disperatissima corsa all’apparenza?

Cosa cercano i giovani d’oggi? E come si spiega questo desiderio compulsivo-ossessivo di “esserci”, di calcare una ribalta fatalmente troppo piccola per ospitare una folla di istrioni così consistente ed affamata di protagonismo?

Chi dice immagine dice spettacolarizzazione. Delle cose certo, ma anche e soprattutto delle persone.  Il che in una società estetizzante non può che tradursi in esibizionismo ed onnipresenza sociale. Pensiamo ad esempio al fascino manipolatorio che esercitano sui giovani la pubblicità (televisiva, radiofonica, on line ecc) ed il marketing in generale. Ma pensiamo soprattutto alla pratica dello shopping compulsivo o compulsive buying, forma patologica caratterizzata da preoccupazioni e impulsi intrusivi e ricorrenti rivolti alla ricerca e all’acquisto eccessivo di beni spesso superflui o di valore superiore alla propria disponibilità economica, che colpisce oggi circa l’8% dei giovani consumatori italiani. Interessante, soprattutto, è osservare  come le consumopatie comincino già con gli anni verdi dell’infanzia, spesso ad imitazione di esempi genitoriali non sempre ortodossi (mamme e papà spendaccioni e snob, maniaci di moda ed affini, che contagiano i figli, strumentalizzandoli ed iniziandoli senza troppe remore morali al piacere dell’acquisto selvaggio).

Una domanda di identità quella proveniente dal mondo giovanile che ha gradatamente aperto la strada alla “logica della griffe” dell’essere fashion.  A Domanda: “Chi sono?”, risposta: “Sono ciò che ho”.   Dall’intimo alle scarpe, dal tatuaggio al piercing, dal profumo al trucco, l’unica cosa che conta è “stare griffati” essere fashion.

Questo perché il valore del giovane oggi pare focalizzarsi tutto nel “logo”, nella marca. Il brand è la persona come la persona è il brand. In un perverso gioco di specchi, la riduzione/annullamento dell’individuo e della sua complessità trova nel consumismo moderno il suo catalizzatore fondamentale. L’atto del comprare si trasforma infatti in gesto routinario e “compulsivo”, finalizzato a sé stesso, cioè sganciato da qualsiasi bisogno reale dal momento che a muovere l’acquisto è una vocazione cieca, acritica, istintuale, non mediata.

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Le statistiche intanto  confermano un trend da record: i giovani italiani sono i più griffati d’Europa. Ad alimentare il fenomeno, spiegano gli esperti, è il meccanismo universale della socializzazione, intesa come bisogno di appartenere e di affermare la propria appartenenza tribale. Vale  a dire l’urgenza aggregativa di fare gruppo, di sentirsi squadra, di esorcizzare anestetizzare attraverso il possesso e i continui sforzi di sincronizzazione col presente i  fantasmi della marginalizzazione, dell’isolamento, dell’esclusione dal gruppo dei simili, che per estrema difesa si trasforma nel gruppo degli “identici”.

Al di là delle facili semplificazioni, è indubbio che il logo sia assurto oggi al rango di “marcatore sociale”, di strumento scenico di distinzione ed affermazione sociale. Ma anche di discriminazione.  Se è vero com’è vero che non tutti possono permettersi questi segni distintivi e che non possederli significa, fatalmente, per il soggetto indigente condannarsi ad una dolorossissima deminutio sociale, con tutto il suo corollario psicologico di disistima, frustrazioni, competizione e senso di inadeguatezza. Ecco allora che il denaro si impone presso i giovani come priorità assoluta ed irrimandabile. Meglio se facile ed “indifferente” al talento e alla meritocrazia. Specie per chi, per mantenere il passo dei coetanei più fortunati, è disposto a sacrifici e compromessi sanguinosi che ne mortificano pesantemente la dignità. A preoccupare, non a caso, è la percezione sempre più netta tra i nostri ragazzi per la quale al successo non bastano che due cose: un bel vestito un essere fashion, senza sfiorare neppure di striscio concetti vitali come la capacità, il talento, il merito, l’educazione.

Lo dimostrano le raggianti icone della civiltà estetica: veline, tronisti, corteggiatori e corteggiatrici, concorrenti di reality, modelle, improbabili soubrettes e divi del pallone.

Giovani e Chiurgia Estetica

Giovani e Chiurgia Estetica

Ma inseguire modelli studiati apposta per fare tendenza significa il più delle volte accettare di manipolare il proprio corpo fino a stravolgere vistosamente i propri connotati. Lo dimostra una volta di più il largo consenso  che medicina estetica e chirurgia plastica hanno oggi guadagnato tra giovani e giovanissimi, spinti verso il bisturi da un’insoddisfazione estetica ai suoi massimi storici. Si pensi al fenomeno dei baby ritocchi e dei ritocchino premio. Stesso taglio di capelli, stesso look, stesso trucco, stesse scarpe, stesso telefonino. Un esercito di replicanti più che di giovani fashion, di cui spesso neppure si conosce la matrice, di per sé destinata ad una rapidissima obsolescenza.

Una standardizzazione dell’espressività privata, insomma, che fa eco ad una più generale standardizzazione dei bisogni personali.

Paradossale il contrappasso che ne segue:  nonostante i media si affannino a cinguettare slogan del tipo Make it different!, i ragazzi della società dell’immagine sono tanto più inespressivi quanto più si sforzano di esserlo. I giovani diventano in breve vittime del loro voler essere a tutti i costi fashion e uguali a chi lo è in maniera ineccepibile e incondizionata.

Così le derive principali del processo di tribalizzazione sono quelle che tutti sappiamo: omologazione, cioè l’ annichilimento delle salutari differenze interpersonali in nome di una “regola” orizzontale ed uniformante, e la mercificazione delle identità private e collettive.

Il lavoro non c’è. La scuola mutilata dai tagli ha perso il suo ruolo guida. Le famiglie si sfaldano. La religione è percepita con lontananza. Idem la politica, dalla quale anzi sono forse piovute sui giovani d’oggi le accuse più stigmatizzanti ed infantili. Noiose occupazioni da adulti. Le antiche agenzie di socializzazione soffrono, cioè, una crisi strutturale mai così nera, che allo stato attuale pare destinata solo a peggiorare. A mancare è quindi il filtro culturale degli istituti tradizionali, incapaci per limiti soggettivi ed oggettivi (vedi crisi del comparto istruzione) di ammortizzare l’urto furioso della modernità e di garantire ai ragazzi la necessaria mediazione critica tra realtà ed insegnamento. Abbandonati a se stessi, ai nostri ragazzi non resta così che costruirsi un proprio “mito personale”.

Ne deriva un sentimento di spaesamento generalizzato che certo non lascia indifferenti i giovani, che anzi spesso si abituano a quest’assenza di progettualità, smarrendo ogni fiducia nella vita, come assuefatti ad un nichilismo cosmico che quasi ne giustifica l’indolenza, l’apatia. Lo sappiamo. I giovani d’oggi non godono della migliore considerazione da parte della generazione precedente. Si dice spesso che i giovani non sono più quelli di una volta, che sono dei mammoni, dei bamboccioni, dei perdigiorno scansafatiche e senza futuro ecc. Luoghi comuni a parte, quella che si riscontra è una sete di futuro senza precedenti. Nonostante la virtualità imperante, i giovani della società dell’estetica sono più realisti ma meno sognatori rispetto ai loro predecessori diretti. Sono più disincantati, disillusi, perché sono i più delusi. Pensare al futuro riesce loro sempre più problematico. Nella società dell’immagine del fashion victim e del consumismo sfrenato non esistono mete lontane, ma solo piccoli traguardi giornalieri da tagliare ad occhi chiusi. Tutto insomma  dev’essere disponibile ora e subito.

Studiare, fermarsi a riflettere significa perdere il treno delle moda e dell’essere fashion, restare indietro, farsi scavalcare da un cambiamento che più che compreso, ruminato mentalmente, masticato criticamente, è, invece, subito e partecipato con competitività e superficialità.

App Universitarie

Giovani e tecnologia e media

Una generazione iperconnessa, ma sconnessa dalla realtàSe un tempo, infatti, sarebbe stato facile puntare il dito contro mamma televisione, oggi il tubo catodico si ritrova a spartire le sue miserie con una concorrenza sempre più accanita: Mp3, Ipod, Ipad, Tablet ecc. È la tecnologia digitale la grande incubatrice dei giovani d’oggi, il clima culturale stesso che li permea e sempre più spesso assorbe, isolandoli ed astraendoli da una vita reale scomparsa silenziosamente sullo sfondo.

Molti li ricevono in regalo intorno ai 9 anni per una percentuale del  50% (di cui il 25% riferisce di usarlo per navigare in internet). Ancora: il 64% dei minori italiani usa il pc tutti i giorni e il 60,6% trascorre in internet fino due ore al giorno. Il 10%, invece, supera abbondantemente le quattro ore. Il problema fondamentale riguarda i contenuti e gli usi, non certo compatibili ad una navigazione minorile, con tutte le conseguenze che ne discendono.  Si caricano foto sul profilo face, ci si fa belli per la webcam, non più per uscire in piazzetta con gli amici.

Help giovani

Help giovani

Una riflessione sui bisogni reali di questi ragazzi appare allora ineludibile. Anzitutto ritrovare le giuste coordinate o scoprirne di nuove non può prescindere dalla funzione preventiva e formativa dell’ascolto. Occorre, cioè, che famiglie ed agenzie culturali tutte cerchino una risposta “reale” alla domanda di identità che giunge dai più giovani.

Ma perché i nostri ragazzi possano ritrovare velocemente la bussola, servono risposte ad hoc, personalizzate, differenziate, che salvino il giovane non dallo stress e dall’azione cattolica come recita la famosa canzone, ma dalla generalizzazione, dalla massificazione e dall’omologazione delle identità e dei corpi.

Va spiegato ai ragazzi che brillare di luce propria è ancora possibile e che è per questa strada che si conquistano i traguardi e ci si conferma nella propria dignità di persone reali.

La società dell’immagine dell’essere a tutti i costi fashion è per i giovani non solo la causa, ma anche l’effetto di uno smarrimento generazionale. Cosa su cui il mondo cosiddetto “adulto” farebbe meglio a meditare.

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La StoriaControcampus è un periodico d’informazione universitaria, tra i primi per diffusione.Ha la sua sede principale a Salerno e molte altri sedi presso i principali atenei italiani.Una rivista con la denominazione Controcampus, fondata dal ventitreenne Mario Di Stasi nel 2001, fu pubblicata per la prima volta nel Ottobre 2001 con un numero 0. Il giornale nei primi anni di attività non riuscì a mantenere una costanza di pubblicazione. Nel 2002, raggiunta una minima possibilità economica, venne registrato al Tribunale di Salerno. Nel Settembre del 2004 ne seguì la registrazione ed integrazione della testata www.controcampus.it. Dalle origini al 2004Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero.Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore.Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi:Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e FilosofiaIl giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno.Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure.Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10.Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze.Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50.Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta.Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali.Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp.È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia.Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze.La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono:Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitariaCominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo.Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggiNel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale.Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico.Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali.Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università.Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza.Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria.Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto