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12 maggio 2013

Essere Fashion. Giovani fashion victim: Apparire a tutti i Costi nella società dell’immagine

Fashion, ce l’hanno detto e ridetto. Ce lo ricordano i computer, i tablet, gli ipad gli iphone, programmi e format tv, radio, carta stampata, non ultimi i social stessi, essere obbligatoriamente fashion.

Vittime del Fashion

Vittime del Fashion

Ce ne parlano la moda, i marchi (abbigliamento, scarpe, telefonia ecc) e in generale tutte le griffe e gli accessori più ambiti del momento.

La nostra è oggi più che mai una società esteriorizzata ed esteriorizzante, una società dell’immagine, del brand, fashion, come l’hanno battezzata gli esperti, che vive di riflessi, incensi veri e  presunti, lustrini, riflettori.

Una società disorientata, che si contenta di un’affettività surrogata, annegata sotto strati di cerone e chirurgia estetica, che strizza maliziosamente l’occhio a modelli sempre meno “etici” e sempre più “estetici”. Una società spogliata di un’identità netta, sostanziale, stretta nel suo vuoto pneumatico, che avanza con larvata naturalezza, disegnando ad ogni passo un paesaggio umano sempre più desertificato, massificato, appiattito sulle mitologie e sulle sottoculture derivate dall’industria del consumo, e minato continuamente da  messaggi di insicurezza, immobilismo, precarietà, da  idealità fasulle, sogni frustranti, spietate pulsioni omologanti  e, ciliegina sulla torta, da un narcisismo patologico mai così radicale, compulsivo ossessivo.

Non ci stupisce, allora, che a portare addosso i segni più evidenti di questa trasformazione siano proprio i nostri giovani (adolescenti soprattutto), catapultati (se non addirittura nati) in una stagione storica di cui non hanno coscienza, nella quale le certezze etiche di una volta hanno già da tempo  perduto ogni residuo diritto di cittadinanza. I paradigmi culturali sono cambiati. Viviamo nella post-idealità della rete, in cui tutto è simbolico, immateriale, non fa rumore.

Fashion victim sin da piccoli

Fashion victim sin da piccoli

I giovani italiani preferiscono apparire, essere sempre e necessariamente fashion. L’identità individuale del giovane d’oggi, prima ancora che nello spazio e nel tempo “fisici”, materiali, si gioca a livello astratto, virtuale e simbolico, strutturandosi secondo nuovi linguaggi e modalità espressive.

Lo spirito del nuovo tempo (globalizzazione, rivoluzione informatica, contaminazione diffusa) ha prodotto cioè un nuovo modo di comunicare, una semantica nuova, che eleva il visivo sopra ogni cosa, con l’apparenza eletta  a misura di tutte le cose, visibili e soprattutto invisibili come l’identità. Un’immagine vale più di cento parole, si dirà. Ma non è così semplice.

L’esteriorizzazione oggi è così generalizzata e diffusa che a scomparire è il discrimine stesso tra contenuto e contenitore.

Ma come si esprime oggi, nel concreto, questa matta e disperatissima corsa all’apparenza?

Cosa cercano i giovani d’oggi? E come si spiega questo desiderio compulsivo-ossessivo di “esserci”, di calcare una ribalta fatalmente troppo piccola per ospitare una folla di istrioni così consistente ed affamata di protagonismo?

Chi dice immagine dice spettacolarizzazione. Delle cose certo, ma anche e soprattutto delle persone.  Il che in una società estetizzante non può che tradursi in esibizionismo ed onnipresenza sociale. Pensiamo ad esempio al fascino manipolatorio che esercitano sui giovani la pubblicità (televisiva, radiofonica, on line ecc) ed il marketing in generale. Ma pensiamo soprattutto alla pratica dello shopping compulsivo o compulsive buying, forma patologica caratterizzata da preoccupazioni e impulsi intrusivi e ricorrenti rivolti alla ricerca e all’acquisto eccessivo di beni spesso superflui o di valore superiore alla propria disponibilità economica, che colpisce oggi circa l’8% dei giovani consumatori italiani. Interessante, soprattutto, è osservare  come le consumopatie comincino già con gli anni verdi dell’infanzia, spesso ad imitazione di esempi genitoriali non sempre ortodossi (mamme e papà spendaccioni e snob, maniaci di moda ed affini, che contagiano i figli, strumentalizzandoli ed iniziandoli senza troppe remore morali al piacere dell’acquisto selvaggio).

Una domanda di identità quella proveniente dal mondo giovanile che ha gradatamente aperto la strada alla “logica della griffe” dell’essere fashion.  A Domanda: “Chi sono?”, risposta: “Sono ciò che ho”.   Dall’intimo alle scarpe, dal tatuaggio al piercing, dal profumo al trucco, l’unica cosa che conta è “stare griffati” essere fashion.

Questo perché il valore del giovane oggi pare focalizzarsi tutto nel “logo”, nella marca. Il brand è la persona come la persona è il brand. In un perverso gioco di specchi, la riduzione/annullamento dell’individuo e della sua complessità trova nel consumismo moderno il suo catalizzatore fondamentale. L’atto del comprare si trasforma infatti in gesto routinario e “compulsivo”, finalizzato a sé stesso, cioè sganciato da qualsiasi bisogno reale dal momento che a muovere l’acquisto è una vocazione cieca, acritica, istintuale, non mediata.

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Le statistiche intanto  confermano un trend da record: i giovani italiani sono i più griffati d’Europa. Ad alimentare il fenomeno, spiegano gli esperti, è il meccanismo universale della socializzazione, intesa come bisogno di appartenere e di affermare la propria appartenenza tribale. Vale  a dire l’urgenza aggregativa di fare gruppo, di sentirsi squadra, di esorcizzare anestetizzare attraverso il possesso e i continui sforzi di sincronizzazione col presente i  fantasmi della marginalizzazione, dell’isolamento, dell’esclusione dal gruppo dei simili, che per estrema difesa si trasforma nel gruppo degli “identici”.

Al di là delle facili semplificazioni, è indubbio che il logo sia assurto oggi al rango di “marcatore sociale”, di strumento scenico di distinzione ed affermazione sociale. Ma anche di discriminazione.  Se è vero com’è vero che non tutti possono permettersi questi segni distintivi e che non possederli significa, fatalmente, per il soggetto indigente condannarsi ad una dolorossissima deminutio sociale, con tutto il suo corollario psicologico di disistima, frustrazioni, competizione e senso di inadeguatezza. Ecco allora che il denaro si impone presso i giovani come priorità assoluta ed irrimandabile. Meglio se facile ed “indifferente” al talento e alla meritocrazia. Specie per chi, per mantenere il passo dei coetanei più fortunati, è disposto a sacrifici e compromessi sanguinosi che ne mortificano pesantemente la dignità. A preoccupare, non a caso, è la percezione sempre più netta tra i nostri ragazzi per la quale al successo non bastano che due cose: un bel vestito un essere fashion, senza sfiorare neppure di striscio concetti vitali come la capacità, il talento, il merito, l’educazione.

Lo dimostrano le raggianti icone della civiltà estetica: veline, tronisti, corteggiatori e corteggiatrici, concorrenti di reality, modelle, improbabili soubrettes e divi del pallone.

Giovani e Chiurgia Estetica

Giovani e Chiurgia Estetica

Ma inseguire modelli studiati apposta per fare tendenza significa il più delle volte accettare di manipolare il proprio corpo fino a stravolgere vistosamente i propri connotati. Lo dimostra una volta di più il largo consenso  che medicina estetica e chirurgia plastica hanno oggi guadagnato tra giovani e giovanissimi, spinti verso il bisturi da un’insoddisfazione estetica ai suoi massimi storici. Si pensi al fenomeno dei baby ritocchi e dei ritocchino premio. Stesso taglio di capelli, stesso look, stesso trucco, stesse scarpe, stesso telefonino. Un esercito di replicanti più che di giovani fashion, di cui spesso neppure si conosce la matrice, di per sé destinata ad una rapidissima obsolescenza.

Una standardizzazione dell’espressività privata, insomma, che fa eco ad una più generale standardizzazione dei bisogni personali.

Paradossale il contrappasso che ne segue:  nonostante i media si affannino a cinguettare slogan del tipo Make it different!, i ragazzi della società dell’immagine sono tanto più inespressivi quanto più si sforzano di esserlo. I giovani diventano in breve vittime del loro voler essere a tutti i costi fashion e uguali a chi lo è in maniera ineccepibile e incondizionata.

Così le derive principali del processo di tribalizzazione sono quelle che tutti sappiamo: omologazione, cioè l’ annichilimento delle salutari differenze interpersonali in nome di una “regola” orizzontale ed uniformante, e la mercificazione delle identità private e collettive.

Il lavoro non c’è. La scuola mutilata dai tagli ha perso il suo ruolo guida. Le famiglie si sfaldano. La religione è percepita con lontananza. Idem la politica, dalla quale anzi sono forse piovute sui giovani d’oggi le accuse più stigmatizzanti ed infantili. Noiose occupazioni da adulti. Le antiche agenzie di socializzazione soffrono, cioè, una crisi strutturale mai così nera, che allo stato attuale pare destinata solo a peggiorare. A mancare è quindi il filtro culturale degli istituti tradizionali, incapaci per limiti soggettivi ed oggettivi (vedi crisi del comparto istruzione) di ammortizzare l’urto furioso della modernità e di garantire ai ragazzi la necessaria mediazione critica tra realtà ed insegnamento. Abbandonati a se stessi, ai nostri ragazzi non resta così che costruirsi un proprio “mito personale”.

Ne deriva un sentimento di spaesamento generalizzato che certo non lascia indifferenti i giovani, che anzi spesso si abituano a quest’assenza di progettualità, smarrendo ogni fiducia nella vita, come assuefatti ad un nichilismo cosmico che quasi ne giustifica l’indolenza, l’apatia. Lo sappiamo. I giovani d’oggi non godono della migliore considerazione da parte della generazione precedente. Si dice spesso che i giovani non sono più quelli di una volta, che sono dei mammoni, dei bamboccioni, dei perdigiorno scansafatiche e senza futuro ecc. Luoghi comuni a parte, quella che si riscontra è una sete di futuro senza precedenti. Nonostante la virtualità imperante, i giovani della società dell’estetica sono più realisti ma meno sognatori rispetto ai loro predecessori diretti. Sono più disincantati, disillusi, perché sono i più delusi. Pensare al futuro riesce loro sempre più problematico. Nella società dell’immagine del fashion victim e del consumismo sfrenato non esistono mete lontane, ma solo piccoli traguardi giornalieri da tagliare ad occhi chiusi. Tutto insomma  dev’essere disponibile ora e subito.

Studiare, fermarsi a riflettere significa perdere il treno delle moda e dell’essere fashion, restare indietro, farsi scavalcare da un cambiamento che più che compreso, ruminato mentalmente, masticato criticamente, è, invece, subito e partecipato con competitività e superficialità.

App Universitarie

Giovani e tecnologia e media

Una generazione iperconnessa, ma sconnessa dalla realtàSe un tempo, infatti, sarebbe stato facile puntare il dito contro mamma televisione, oggi il tubo catodico si ritrova a spartire le sue miserie con una concorrenza sempre più accanita: Mp3, Ipod, Ipad, Tablet ecc. È la tecnologia digitale la grande incubatrice dei giovani d’oggi, il clima culturale stesso che li permea e sempre più spesso assorbe, isolandoli ed astraendoli da una vita reale scomparsa silenziosamente sullo sfondo.

Molti li ricevono in regalo intorno ai 9 anni per una percentuale del  50% (di cui il 25% riferisce di usarlo per navigare in internet). Ancora: il 64% dei minori italiani usa il pc tutti i giorni e il 60,6% trascorre in internet fino due ore al giorno. Il 10%, invece, supera abbondantemente le quattro ore. Il problema fondamentale riguarda i contenuti e gli usi, non certo compatibili ad una navigazione minorile, con tutte le conseguenze che ne discendono.  Si caricano foto sul profilo face, ci si fa belli per la webcam, non più per uscire in piazzetta con gli amici.

Help giovani

Help giovani

Una riflessione sui bisogni reali di questi ragazzi appare allora ineludibile. Anzitutto ritrovare le giuste coordinate o scoprirne di nuove non può prescindere dalla funzione preventiva e formativa dell’ascolto. Occorre, cioè, che famiglie ed agenzie culturali tutte cerchino una risposta “reale” alla domanda di identità che giunge dai più giovani.

Ma perché i nostri ragazzi possano ritrovare velocemente la bussola, servono risposte ad hoc, personalizzate, differenziate, che salvino il giovane non dallo stress e dall’azione cattolica come recita la famosa canzone, ma dalla generalizzazione, dalla massificazione e dall’omologazione delle identità e dei corpi.

Va spiegato ai ragazzi che brillare di luce propria è ancora possibile e che è per questa strada che si conquistano i traguardi e ci si conferma nella propria dignità di persone reali.

La società dell’immagine dell’essere a tutti i costi fashion è per i giovani non solo la causa, ma anche l’effetto di uno smarrimento generazionale. Cosa su cui il mondo cosiddetto “adulto” farebbe meglio a meditare.

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