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29 dicembre 2011

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

“… egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”

Il Capo della sezione omicidi della Questura di Roma, nel giorno della sua promozione a Capo dell’Ufficio Politico, per provare la propria insospettabilità non si limita a commettere un omicidio ma costruisce contro sè stesso un vero e proprio impianto accusatorio seminando tracce e indizi inconfutabili.

Consapevole e contemporaneamente incapace di sostenere il potere che egli stesso incarna, sviluppa un crescente conflitto tra posizione autopunitiva e arrogante delirio di autorità che troverà una non-soluzione in un epilogo di denuncia all’intero sistema precostituito e istituzionalizzato.

Il film di Elio Petri, col divieto ai minori di 16 anni, uscì nelle sale nel gennaio del 1970, a ridosso della strage di Piazza Fontana, della morte violenta dell’anarchico Giuseppe Pinelli e dell’arresto di Pietro Valpreda. Sia per la decisione del sostituto procuratore dell’epoca, sia per considerazioni di ordine politico, la pellicola non venne sequestrata. Questa possibile minaccia e la situazione politica del periodo concorsero ad un immediato successo del film.

L’affluenza nelle sale del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, era enorme, la gente letteralmente non credeva ai propri occhi perché vedeva nel film una presa di coscienza della società sostenuta da maggior sicurezza in sé stessa e nella democrazia, al punto da poter mettere in discussione le basi dell’autorità istituita.

Il concetto di base era stato concepito come un’elaborazione del tema dostoevskiano della sfida di un assassino alla giustizia, ma la valenza più dichiaratamente politica si rivelò con la scelta di un commissario di polizia per la parte dell’assassino. Il regista firmò un coraggioso affresco di una società corrotta e malata, che interpreta la contestazione giovanile come pericolosa, sintomo di una classe dirigente anacronistica che trova il suo migliore slogan nelle parole del protagonista: “La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà.

Il protagonista è interpretato da un inarrivabile Gian Maria Volonté che riesce a incarnare la mediocrità e l’ipocrisia italiana attraverso un imbarazzante servilismo verso i suoi superiori e un freddo cinismo autoritario con i suoi sottoposti. Una messa in scena kafkiana che è riflessione lucida e senza speranze sul degrado degli organi di controllo, sull’esercizio distorto del potere e, al tempo stesso, atto d’accusa sull’immunità e onnipotenza di chi è preposto a vigilare sul rispetto della legge.

L’interprete femminile un’ammaliante Florinda Bolkan, potrebbe rappresentare l’Italia che l’autorità avrebbe dovuto difendere ma anche la sua debolezza, mediante una costante istigazione all’illegalità, di cedere ai meccanismi del potere quale strumento per salvare sé stesso a detrimento della giustizia, vera vittima, in un circolo vizioso senza fine.

La struttura narrativa non è lineare ma si avvale dello strumento del flashback per incastrare le sequenze saltando da un piano temporale ad un altro, con inizio dall’atto criminale per proseguire a ritroso le fasi che lo hanno generato, voluto e assolto come un atto dovuto più sul piano pubblico che personale, quale pretesto per placare le ordinarie insicurezze di un intero sistema che avverte la minaccia di un rinnovamento imminente.

Le musiche del Maestro Ennio Morricone, ben interpretano i mutevoli stati d’animo del protagonista. Il connubio tra Petri e Morricone è il più produttivo del cinema italiano e questa colonna sonora ne rappresenta, forse, il vertice.

Il film conquistò numerosi premi tra cui: David di Donatello, Premio Oscar come miglior film straniero e Grand Prix a Cannes, ma soprattutto il consenso generale del pubblico che apprezzò l’audacia con cui il regista dimostrò l’impossibilità, da parte dell’autorità, di credere che un suo elemento costituente possa compiere un gesto antiautoritaria e illecito, rifiutando anche solo l’idea di essere messa sotto giudizio, accusata e condannata. Altissimo risultato cinematografico applicabile alla realtà in modo disarmante.

Daniela Angius

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