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28 marzo 2012

L’Adi contro il ministro Profumo: in linea di continuità con la riforma firmata Gelmini.

Programmazione” e “Diritto allo Studio“: sono i nomi dei due decreti proposti dal ministro Profumo e approvati con estrema rapidità, che preannunciano conseguenze disastrose per le università, per gli studenti, per i dottorandi di ricerca e per i precari.

Grandi le polemiche emerse all’interno dell’ADI, associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, che critica l’azione del ministro dell’Istruzione e la considera come una continuazione della linea adottata dall’ex-ministro Gelmini. Si parla di un vero e proprio smantellamento dell’università.Il turn over medio per le università al 21% impedirà ai precari di entrare nei ruoli strutturati. Il blocco non avverrà seguendo il criterio della meritocrazia, ma in base a parametri che riguardano solo la gestione economica degli atenei. I precari rischieranno così di essere espulsi dal sistema universitario perché la propria università non ha rispettato parametri decisi dal Ministero, a prescindere dalla loro brillante carriera accademica.

Non saranno soltanto gli studenti a pagare le conseguenze di situazione disastrosa: l’aumento delle tasse riguarderà anche i dottorandi senza borsa e sarà questo “l’unico modo” per riuscire ad aumentare il reclutamento devastato dai nuovi parametri.

I dati si rivelano preoccupanti: le borse di dottorato bandite da 23 università italiane sono passate dalle 5.553 del 2008/2009 alle 4.112 del 2011/2012, con una riduzione del 25,9% e un aumento notevole della percentuale dei dottorandi senza borsa sul numero complessivo. Si possono contare 4 atenei in cui i dottorandi senza borsa superano il 50% e i minimi della tassazione oscillano da 30 euro a 1.550, i massimi da 30 a 2.204.

La Riforma Gelmini, a un anno dalla sua introduzione, ha praticamente bloccato le assunzioni nel mondo universitario e, sondando i dati, si stima che l’85% dei 13.400 assegnisti odierni non avrà la possibilità di’ continuare la propria carriera universitaria.

Diminuiscono i posti di dottorato, diminuisce il personale strutturato ma soprattutto decine di migliaia di precari vengono espulsi ogni anno a cause del blocco del turn-over. Si tratta di una vera e propria catastrofe che, oltre a distruggere i sogni di migiaia di studenti italiani, annienta l’immagine dei nostri atenei, che si sono sempre distinti per eccellenza e qualità in tutto il mondo.

Per far fronte a questa situazione, alcune università’ hanno cominciato ad aumentare il numero di dottorati senza borsa e i dipartimenti che possono attingere a fondi esterni si rifugiano nell’utilizzo di contratti precari della peggior specie, esclusi da qualsiasi tutela di welfare.

Certo è che qualsiasi proposta appare vana di fronte all’indifferenza della classe dirigente, ma, tra le tante, vi è chi propone il “contratto di dottorato” considerando il dottorando come un “ricercatore in formazione”, che pertanto assume una serie di responsabilità e di altrettante responsabilità si fa carico l’Università presso cui svolge attività di ricerca. Il “contratto di dottorato” non significa che, conseguito il titolo, la persona si debba indirizzare necessariamente verso la carriera accademica, ma può scegliere se avviarla o se invece dirigersi verso il sistema delle imprese e anche delle istituzioni, per offrire un contributo qualificato in termini di innovazione e competitività.

Nonostante il contesto sociale, sarebbe opportuno studiare manovre tali da accrescere il numero di dottorati e dottorandi, aumentare le borse di studio perché l’apporto che i nostri precari danno è fondamentale e indispensabile, in modo particolare in una situazione di decadenza economica, politica e sociale. Chi potrà risanarla altrimenti?

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