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7 marzo 2012

Voti ai docenti, ma la posta in gioco è altrove

In Italia il sistema di valutazione dei docenti da parte degli studenti è stato sperimentato solo a partire dal 1998, mentre la sua origine risale agli anni Venti quando fu concepito dalla Harvard University e poi praticato in diversi campus universitari degli Stati Uniti nel corso degli anni Sessanta e Settanta.

Per il nostro Paese l’adozione data ufficialmente ottobre 1999 quando entrò in vigore la legge 370 che ha sancito l’obbligo accademico di una valutazione interna periodica delle attività didattiche e di ricerca e degli interventi di sostegno al diritto allo studio, verificando mediante analisi comparative dei costi e dei rendimenti, il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, la produttività delle sperimentazioni.

Nello specifico, la normativa prevede che in seno ad ogni università si formi un organo collegiale funzionale, il c.d. “nucleo di valutazione d’ateno” che deve acquisire, mantenendone l’anonimato, le opinioni degli studenti frequentanti sulle attività didattiche e della professionalità dei docenti; ricavarne i dati e redigere un’apposita relazione da trasmettere entro il 30 aprile di ciascun anno, al Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e al Comitato per la valutazione del sistema universitario.

Si tratta di uno strumento preteso a servizio della meritocrazione e del buon andamento dell’attività amministrativa e formativa, eppure non sono mancate le zone d’ombra: secondo varie statistiche la maggioranza dei docenti sceglie di non pubblicare l’esito delle schede compilate dagli studenti durante il corso adducendo motivazioni legate alla privacy o a più tecniche difficoltà informatiche di trascrizione e uploading.

C’è chi parla di censura, di pretesti, di espedienti che ostacolano la meritocrazia e infrangono il principio di trasparenza. C’è invece chi ritiene che un conto sia la possibilità accordata ad ogni insegnate di elaborare personalmente le conclusioni tratte da quanto espresso dagli studenti e che altro paio di maniche sia il fatto di partecipare a sterili classifiche esponendosi a demagogie e manipolazioni.

Tuttavia molti studenti reclamano il diritto di esprimersi e di avere voce in capitolo, senza rimbalzare contro un muro di gomma:

È noto che il risultato dei questionari viene consegnato ai singoli docenti dagli uffici della facoltà. Solo il Preside conosce il codice degli insegnamenti e, se vuole, può verificare il giudizio ottenuto dai singoli professori della propria facoltà. Sulla base delle valutazioni, il Preside potrebbe – anzi dovrebbe – intervenire con misure correttive. Nel 2002, quattro anni dopo i primi esperimenti, solo pochi atenei – sollecitati dalle risposte negative degli studenti – avevano provveduto a correggere l’offerta formativa (fonte: MIUR –CNVSU 2003). Per la precisione il 62% degli atenei non aveva preso alcun provvedimento nonostante all’epoca fosse stabilito un fondo destinato a questo scopo. La situazione oggi non è migliorata anche perché dal 2003 sono stati eliminati i fondi per gli incentivi e per i miglioramenti dell’offerta didattica. In sostanza in molti atenei la valutazione viene realizzata pro-forma o solo perché la legge lo richiede, non certo come feed-back per gli insegnanti. C’è la possibilità di intervenire contro questo inutile spreco di risorse per una attività che non sortisce alcun effetto? Esiste una possibilità di responsabilizzare maggiormente i docenti rendendo obbligatorio ciò che in molte università è ancora solo facoltativo? In alcuni atenei i risultati dei questionari sono pubblicati sul sito web del Nucleo di Valutazione per la consultazione da parte del docente interessato che tuttavia, a sua discrezione, può consentire a tutti di visualizzare gli esiti. È ad esempio il caso dell’Università di Siena dove il Nucleo di Valutazione, a partire dall’anno accademico 2009/2010, ha previsto questa possibilità. Perché non rendere questa procedura obbligatoria in tutte le università? In questo modo anche gli atenei si sentirebbero in dovere di correggere o comunque di migliorare l’offerta didattica” (cit. Fausto Longo in Meno di Zero, Rivista dell’Università in Movimento del 23.11.2010)

Una risposta a questa richiesta ed una scossa forte alle incertezze arriva dalla laguna, infatti l’ateneo veneziano Ca’ Foscari ha deciso di pubblicare on line tutti gli esiti dei questionari compilati dagli studenti ed i voti medi attribuiti ai professori, senza eccezioni. Si tratta del primo caso in Italia ed il Prorettore Agostino Cortesi (tra l’altro Ordinario di Informatica, già famoso per aver introdotto il software anti-plagio) non ha dubbi sulla validità di questa scelta:

gli studenti vanno presi sul serio il loro giudizio è autorevole ed è giusto che ne venga data rilevanza, non deve essere tenuto chiuso in un cassetto” (da Il giornale di Vicenza on line del 02.03.2012)

Di più, lo spettro della valutazione non ricadrà solo sulla preparazione dell’insegnante e sull’efficacia delle sue lezioni, altresì considererà anche la sua attività di ricerca e la sua presenza attiva nel mondo culturale:

le pubblicazioni scientifiche che devono essere almeno una all’anno i progetti approvati e finanziati e l’impegno scientifico come la partecipazione a convegni e seminari. Per gli studenti si tratta di una ventina di domande in cui i giovani possono giudicare la chiarezza espositiva del docente, la sua disponibilità ad incontrarli negli orari di ricevimento

Cosa rischiano?

È vero ci sono sanzioni in caso di voti bassi. I criteri minimi di giudizio riguardano le pubblicazioni e le ore di attività didattica assegnate a ciascun docente. Tra le sanzioni, in caso di docenti rimandati a settembre, c’è l’obbligo ad anticipare per l’anno successivo la relazione sull’attività. Poi ci sono quelle economiche come l’impossibilità di avere supplenze retribuite e il blocco dell’attività retribuita esterna. Insomma se un docente non fa bene il suo mestiere in università, non è il caso che si cimenti al di fuori. Semmai, che si concentri di più in aula

Operazione trasparenza è stata definita, alias ‘pan per focaccia’: il rapporto studenti-docenti si ribalta e gli uni ripagano gli altri con la stessa moneta a colpi di normatività, insomma autorità e castigo.

Ci vuole coraggio l’università ha solo da guadagnarci nel momento in cui si lascia guardare da vicino. La difesa corporativa a oltranza o la chiusura ermetica non migliorano la qualità” ha concluso il Prorettore.

A monte, la scommessa politica di questo sistema valutativo pare essere, secondo le migliori intenzioni condivise, la valorizzazione ed il sostegno della professione di insegnamento con risorse adeguate, eppure non riesce ad emerge la vera posta in gioco.

Se l’idea di valutare l’efficacia del processo formativo dei docenti non è, in via di principio, errata in quanto si collega all’idea di valutare la qualità del servizio di istruzione, lascia però perplessi la scelta dei criteri adottati.

È difficile non ammettere una relazione tra ‘come accettiamo di essere valuti’ e ‘come valutiamo’. Se non accettiamo di essere valutati a quiz non possiamo valutare a quiz. Non voglio con questo dire che non dobbiamo essere valutati, né che non sia utile che gli studenti e le studentesse ci diano misura; ho imparato delle cose su di me e su di loro da quanto hanno scritto, ma quello che non mi va bene è l’idea di una valutazione come momento separato. È vero che l’università incentiva in questa direzione: si fa il corso, lo si finisce, poi si va a fare l’esame, ma occorre parlarne insieme.” (Letizia Bianchi)

Insomma, ancora una volta e soprattutto, resta fuori la questione più importante: un ragionamento sul valore ed il significato della valutazione all’interno del percorso formativo che rifondi i presupposti dei metodi di apprendimento e di insegnamento ormai inefficaci per le sfide del nostro tempo. Infatti, studenti e studentesse hanno immaginato e costruito, con inventiva, risorse nuove:

Del resto il desiderio degli studenti di assegnare voti ed esprimere giudizi sul sistema scolastico e universitario è emerso chiaramente in questi ultimi anni e nel 2007 ha dato origine ad un sito web http://www.votailprof.it/, corrispettivo del sito web americano www.ratemyprofessor.com. Nel sito votailprof.it i giudizi non sono solo indirizzati alla qualità didattica (in particolare al funzionamento delle strutture), ma si riferiscono anche alla personalità dei professori e al loro comportamento con gli studenti, alla puntualità, alla cortesia e alla disponibilità. Molti colleghi non amano essere giudicati dai propri studenti perché ritengono che essi non abbiano un adeguato spirito critico. Ma si tratta di un falso problema, dal momento che il questionario non deve rilevare la preparazione del docente, ma solo contribuire alla valutazione delle modalità d’insegnamento e del rapporto didattico tra studenti e docenti. Le iniziative autonome che gli studenti hanno messo già in atto, a cui si è fatto cenno in precedenza, dimostrano inoltre come sia sentito il bisogno di rendere pubblici i risultati dei nuclei di valutazione, solo così si otterrebbe una maggiore responsabilizzazione dei nostri docenti.”

Si tratta di mezzi utili, interessanti, ma dovrebbero essere provvisiori, perché si potrebbe puntare ad un sistema di relazioni vive, conflittuali non distruttive se serve che attraverso narrazioni dirette, ascolto e fiducia restituiscano la misura soggettiva di chi partecipa al gioco della conoscenza. Non più valutazioni schematiche, ma verità soggettive come misura che scardinino la radicalizzazione fortemente disciplinare che impedisce lo scambio reale tra insegnati e studenti:

Ragazze e ragazzi sono guidati da un desiderio di verità soggettiva a cui però le facoltà, che sono come scaffali con tanti cassetti disciplinari, è come se non lasciassero nessuna fessura per dire la verità. È come se nelle discipline i ragazzi e le ragazze non trovassero una fessura, un vuoto, uno spazio, affinché quel desiderio di verità soggettiva venga valorizzato. Questo da parte loro. Ma da parte di noi docenti? Anche noi ci troviamo in una dimensione disciplinare e anche noi siamo lì perché ci ha guidato questo desiderio di verità. Quello che sento è che io ho bisogno della verità soggettiva delle studentesse e degli studenti che ho di fronte, perché rilancia la mia stessa. Per cui deve entrare come cosa che va oltre di noi, ne senso che questo elemento è ciò che ci accomuna. E se questo elemento non ci fosse, non ci sarebbe quel passaggio generazionale che non è solo passaggio di saperi. Il fatto è che stare all’università, una sorta di muro senza fessure, rigiocando questa verità soggettiva ti obbliga a riattraversare le discipline, ma avendo bisogno della domanda delle studentesse e degli studenti. Non è una questione di rapporto docente/studente: è che io ho bisogno della loro domanda di verità soggettiva, altrimenti perdo la mia, quella per cui prima mi sono iscritta alla facoltà e poi sono diventata docente.” (Chiara Zamboni)

Utopia? No, politica.

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