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24 giugno 2012

È giusto bocciare alle elementari?

Dopo il chiacchierato episodio di Pontremoli si discute sulla liceità della bocciatura nelle scuole primarie.

La vicenda che ha  provocato scalpore e dato il via alle polemiche  si è svolta nell’istituto comprensivo ‘Giulio Tifoni’ di Pontremoli, in provincia di Massa, dove 5 bambini di cui 3 stranieri e un disabile sono stati bocciati al termine del primo anno di elementari.

I genitori avevano immediatamente denunciato  l’avvenuto ai media , imputando lo scandalo all’inadeguatezza del corpo docente e all’ormai tristemente famoso fenomeno delle “classi-pollaio”, ovvero delle classi composte da un numero talmente alto di alunni da impedire il naturale svolgimento delle lezioni e la concessione di quel sostegno costante e attento di cui necessita soprattutto chi parte svantaggiato per diversi fattori,  sostegno considerato imprescindibile dalla funzione scolastica.

Tale questione era stata presentata più volte, nel corso dell’anno, al Tar, che infine aveva dato ragione ai genitori dei bambini inseriti in classi composte da più di 29 alunni, ma ciò non ha impedito le bocciature, che hanno pragmaticamente ribaltato il giudizio d’inadeguatezza del sistema e ricondotto la responsabilità del fallimento scolastico ai bambini stessi, colpevoli di non aver saputo mantenere il ritmo di studio richiesto.

La madre di uno dei bambini stranieri bocciati ha rilasciato un’intervista traboccante di sdegno e rabbia nei confronti di un’istituzione che sembra accanirsi sui mini-studenti più vulnerabili e con maggiori difficoltà rispetto ad altri, piuttosto che preoccuparsi di sopperirne le carenze.

«Con noi [il bambino, ndr.]non vuole parlare dell’argomento né affrontare il discorso sulla scuola e sulla bocciatura in particolare. È molto scosso, non capisce il perché di questa decisione», ha dichiarato la mamma del piccolo spostando l’attenzione dal fatto in sé alle conseguenze emotivo-psicologiche connesse ad esso e ricadute sugli inconsapevoli protagonisti della vicenda.

La percezione genitoriale della bocciatura imposta ai 5 bambini sembra essere quella di uno strumento di punizione ingiusto e cieco, e non – come nell’immaginario collettivo risulta dover essere –  uno strumento di correzione utilizzato in favore di essi.

Intanto il Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale ha inviato nell’istituto un’ispettrice,  Angela Palamone, per  verificare la regolarità delle bocciature. Dopo aver visionato la documentazione utile, la dottoressa ne ha stabilito la conformità alle norme vigenti, richiedendo tuttavia una relazione dettagliata dell’episodio al dirigente scolastico.

Questi, nell’occhio del ciclone da ormai più di una settimana, ha voluto ribadire l’eccellenza del suo istituto comprensivo, che non è una “scuola dello scandalo” – com’è stata definita – ma «dell’efficienza, dove il bene e l’istruzione del bambino sono al primo posto. Abbiamo ottenuto molti riconoscimenti e soprattutto, durante l’anno scolastico, e non solo, siamo attivi in molte iniziative, tutte volte al bene del bambino e alla sua maturazione scolastica».

Nonostante l’intervento del Preside e della Dirigenza regionale, mirati a sedare la polemica, però, la questione continua ad essere discussa in più sedi e i pareri contrastanti si moltiplicano.

Da una parte vi sono coloro che condannano la mancanza di comunicazione tra famiglie e istituzioni, tra genitori e dirigenti; dall’altra si solleva il biasimo dell’eccessiva polemicità dei genitori dei 5 bambini, che secondo alcuni dovrebbero placidamente accettare l’insuccesso dei propri figli e proporsi di compensare il lavoro degli insegnanti, impossibilitati a seguire instancabilmente tutti gli alunni, con il proprio operato.

Luisa Mattia, insegnante e scrittrice dell’infanzia, ha affermato convintamente – negli ultimi giorni – l’esigenza di un miglioramento del modello scolastico, a suo parere «rigido, accompagnato da una carenza di strumenti sul piano educativo che finisce per penalizzare i bambini svantaggiati», specificando che  «al di là del paradosso – la prima elementare è una classe di aggancio e di esordio e un bimbo che non acquisisce le nozioni impartite durante quest’anno non è condannato a restare indietro rispetto agli altri – il ritorno alla bocciatura è l’esito naturale del ritorno a una scuola basata sui risultati, una scuola che torna a escludere».

Qualsiasi sia l’opinione in merito alla vicenda e alle sue implicazioni è certo che il diritto delle istituzioni scolastiche a valutare il rendimento degli alunni, un tempo ampiamente riconosciuto e tacitamente approvato dalle famiglie in tutte le sue possibili declinazioni, è oggi messo in discussione dai genitori, che nell’intento di salvaguardare i propri figli lo svalutano costantemente.

La convinzione che il proprio figlio sia la vittima e non più il responsabile – più o meno volutamente, più o meno indirettamente – della propria bocciatura si è radicata a fondo negli ultimi due decenni, sollevando da ogni incarico di responsabilità gli studenti – innocenti fino e oltre la prova contraria – ed esponendo a critiche feroci e spesso parziali docenti realmente capaci di svolgere il proprio mestiere, sensibili alle dinamiche di classe e agli insuccessi di alcuni dei loro alunni.

Ognuno vorrebbe vedere il proprio figlio emergere o quanto meno non soccombere nella corsa all’educazione, ognuno vorrebbe sostituirsi all’insegnante di turno per la certezza di possedere criteri di valutazione più obiettivi e certo migliori. E tuttavia nessuno è disposto a prendersi la briga di condividere la fatica dell’educazione integrando al complesso lavoro degli insegnanti un interesse costante, quotidiano, da rivolgere al percorso scolastico del proprio bambino.

Ci sarebbe da chiedere, ai genitori dei 5 bambini, quale sia stato il loro ruolo durante l’anno, se abbiano seguito accuratamente i loro figli cercando di compensare i limiti naturali dell’insegnamento scolastico o se li abbiano interamente affidati alle istituzioni per poi colpevolizzarle di non averne saputo celebrare le capacità e recuperare le lacune.

Ci sarebbe da chiedersi – una volta constatata la difficoltà d’interazione tra genitori e istituzioni – se lo svilimento dell’operato degli insegnanti e dell’applicazione delle norme vigenti sia l’espressione di una preoccupazione lecita, relativa ad effettive carenze interne al sistema scolastico, o sia piuttosto il goffo tentativo di difendere i propri figli ad ogni costo e solo perché figli.

Ci sarebbe da chiedersi, infine, se ciò che maggiormente sta a cuore ai genitori sia l’educazione, da intendersi etimologicamente come atto finalizzato a condur fuori , ad affinare, preparare e potenziare l’individuo, o piuttosto il compimento di un percorso ormai divenuto obbligatorio nei tempi previsti e al di là della crescita culturale e umana del bambino.

Le riflessioni in questione sarebbero necessarie prima della formulazione di un qualsiasi giudizio inerente la validità del sistema scolastico, e lo sarebbero ancor di più all’interno di un paese come l’Italia, in cui si lamenta l’incompetenza e l’indolenza di lavoratori di ogni ambito e settore e in cui si richiede a gran voce l’applicazione di un criterio meritocratico.

Le scuole primarie, dette di formazione perché volte a formare il futuro cittadino, hanno il delicato e difficile compito di dare un’impronta metodologica e culturale al bambino, offrendogli la prima e principale base su cui si poggerà quel processo di maturazione e potenziamento implicito ai cicli di studio successivi.

Data la fondamentale funzione che la scuola primaria possiede più e prima delle altre, è necessario che essa ne sia all’altezza e promuova o arresti il percorso individuale a seconda che risulti compiuto nel migliore dei modi o incompiuto, insufficiente, secondo un’obiettiva analisi del livello raggiunto dal bambino in conclusione dell’anno scolastico.

Genitori e istituzioni dovrebbero collaborare nella ricerca di un perfezionamento del modello educativo con autocritica e obiettività, nonché condividere l’intento princeps – forse perso di vista – di consentire crescita e sviluppo in senso ampio al bambino.

Solo così è possibile ristabilire un sano equilibrio tra famiglie e istituzioni e rendere meno doloroso l’approccio dei bambini alla scuola, che del contrasto tra genitori e sistema subiscono in prima persona le conseguenze, oscillando tra la pericolosa sensazione di essere vittime di un rifiuto perché incapaci e quella – se possibile peggiore – di essere vittime di un’ingiustizia causata da un’incompetenza istituzionale e scolastica diffusa, sensazione che provoca il disconoscimento della funzione educativa con conseguente rifiuto del ruolo dell’insegnante e della scuola.

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