• Google+
  • Commenta
15 dicembre 2011

Esame Avvocati 2011: risoluzione dell’atto giudiziario di diritto penale

Dopo esserci occupati del parere pro veritate, passiamo alla risoluzione dell’atto giudiziario di diritto penale. In questo caso, la prova si rivela più ostica per i candidati, per due motivi: da un lato perché si tratta di un documento che richiede una forma tipica rigorosa e le formule sono numerose, perciò non è facile ricordarle e scriverle correttamente in tutti i requisiti di ordine burocratico; in secondo luogo perché, come abbiamo già spiegato, la valenza di un atto giudiziario sta nella sua capacità difensiva, la cui carenza è un criterio di valutazione che gioca a sfavore degli esaminati. Per cui in questo tipo di redazione, la struttura riveste un’importanza pari a quella dei contenuti.

Anche in questa traccia ci confronteremo con un reato contro la pubblica amministrazione: un’ipotesi di peculato da “smontare”…

Caio, dipendente del comune di Beta, viene sorpreso dal sindaco mentre, per mezzo del computer dell’ufficio naviga in internet visitando siti non istituzionali dai quali scarica, su archivi personali, immagini e filmati non attinenti alla pubblica funzione. Viene denunciato e sottoposto a procedimento penale. Il computer viene sottoposto a sequestro. Nel corso delle indagini si accerta, grazie alla consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero sul computer sequestrato, che la citata attività si è protatta per cira un anno, e che il numero dei file scaricati è di circa 10 mila. Rinviato a giudizio Caio viene condannato alla pena di 3 anni di reclusione per il reato di peculato. Il candidato assuma la veste di difensore di Caio, analizzando il caso della fattispecie giuridica, evidenziando, tra l’altro, che le indagini difensive definitivamente svolte, hanno dimostrato che l’ente gestore del servizio telefonico aveva stipulato con il comune di Beta un contratto con tariffa forfettaria denominato “tutto incluso”.

Ci occupiamo qui della nota esplicativa che investe i motivi per i quali, con ricorso in Appello, il candidato, in veste del difensore, sosterrà che l’imputato doveva essere mandato assolto perché il fatto non sussiste, quindi per la non configurabilità del reato di peculato.

Iniziamo col precisare che il reato di peculato (art. 314 codice penale) incrimina la condotta del pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio che si appropria di denaro o altra cosa mobile altrui (tutto ciò che è suscettibile di valore economico, compresa l’energia), di cui abbia il possesso o la disponibilità per ragione del suo ufficio o servizio. Per la configurabilità del reato è necessario accertare il titolo del possesso della cosa o del denaro di cui l’agente si appropria, da individuarsi, appunto, nella ragione di ufficio o servizio, in mancanza del quale si avrà il delitto di appropriazione indebita. Con specifico riferimento all’oggetto materiale del reato in questione, costituito dalla cosa mobile altrui, dottrina e giurisprudenza ritengono pacificamente che questa debba possedere un valore economico oggettivamente apprezzabile e/o una qualche utilità economica, da valutarsi in relazione alla cosa in sé o all’uso che si intende farne. Ne consegue che in presenza di cose priva di valore, o di valore estremamente esiguo, il reato non può configurarsi, mancando una lesione patrimoniale apprezzabile (così Cassazione penale, sez. VI, n. 25273 del 9 maggio 2006).

In principio, secondo un orientamento tradizionale maggioritario, sia in dottrina che in giurisprudenza, era da ritenersi configurabile il reato di peculato per il dipendente pubblico che navigasse in internet per fini personali. Questo perché si è ritenuto che il peculato costituisse un esempio di reato plurioffensivo, in quanto la condotta sanzionata lede non solo il regolare funzionamento dalla P.A., ma anche gli interessi patrimoniali di quest’ultima. Corollario di tale impostazione era l’argomentazione per cui l’eventuale mancanza di un danno patrimoniale, conseguente all’appropriazione, non sarebbe valsa ad escludere il reato, considerato che la condotta dell’agente sarebbe stata comunque in contrasto con l’altro interesse protetto dalla norma, e cioè il buon andamento della P.A. (Corte di Cassazione, Sezione VI penale, sentenza 24 agosto 1993 n. 8003).

Ma in base ad un orientamento più recente, la Corte di Cassazione ha posto l’accento sulla verifica di una condotta lesiva effettivamente dell’integrità patrimoniale della P.A. (Corte di Cassazione, Sezione VI, 19 settembre 2000, n. 10797). Tale accertamento deve tener conto del concreto assetto dell’organizzazione pubblica, e più precisamente va verificata la presenza o meno di una convenzione tra la P.A. e l’ente gestore di internet che preveda un uso illimitato del servizio con tariffa fissa, proprio come nel caso in esame: il delitto di peculato non sussisterebbe per carenza di lesione dell’integrità patrimoniale della P.A., in quanto quest’ultima sarebbe comunque tenuta a corrispondere all’ente gestore di internet una determinata somma a prescindere dall’intensità dell’uso del servizio.

Tuttavia, con sentenza 20326/2008 la Corte di Cassazione penale (sez. VI) ha corretto l’interpretazione, ritenendo che il dipendente pubblico che naviga in internet per finalità personali arreca comunque un pregiudizio al buon andamento della P.A., sul rilievo che il “buon andamento” si atteggia ad interesse giuridico di fondo da tutelare, perciò non vanno esenti da pena quelle condotte che, sebbene inidonee ad arrecare un danno al patrimonio alla P.A., possono essere attratte nell’ambito di applicazione dell’abuso d’ufficio (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI, sentenza 14 novembre 2001, n. 1905 e n. 26595 del 6 febbraio 2009).

Insomma un contrasto giurisprudenziale molto intenso, superato, però, di recente, sempre dalla Corte di Cassazione penale sez. VI che, prima con sentenza 41709/2010 poi con sentenza 256/2011, ha stabilito che non commette peculato né abuso d’ufficio l’impiegato pubblico che utilizzi, a fini privati, ma in modo “modesto”, la linea della P.A (così anche il Tribunale, sezione penale, di Lucera).

In altre parole, la cosa mobile altrui, di cui l’agente si appropria, deve avere valore apprezzabile, posto che le cose prive di valore non rivestono alcun interesse per il diritto. Per di più, nel caso in questione è da escludere che il materiale scaricato, sprovvisto di valore intrinseco, possa acquistare rilevanza economica per l’utilizzazione privata che ne ha fatto/ne farà l’agente.

Questa ricostruzione giuridica mostra come sia da assolvere Caio.

Laura Testoni

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy