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27 ottobre 2013

Abilitazione Avvocato all’Estero. La mia abilitazione avvocato in Spagna: Parla Paola D’Alessio

Abilitazione Avvocato all’Estero nel racconto di Paola D’Alessio, Abogato. Paola che ha preferito un abilitazione avvocato in Spagna, e ora in attesa di Omologazione del titolo.

Il percorso per l’Abilitazione Avvocato in Italia è, com’è noto, estremamente accidentato:  occorre una laurea magistrale in Giurisprudenza, svolgere un periodo di tirocinio di almeno 18 mesi presso lo studio di un avvocato (iscritto all’albo da almeno 5 anni) e, infine, sostenere il temutissimo Esame di Stato (3 prove scritte e una orale).

Un iter per l’abilitazione avvocato nel nostro Paese di almeno 8 anni, che, tra esami universitari, praticantato e abilitazione avvocato all’esercizio della professione forense, fa sospirare di gioia quei  fortunati che diventano avvocati a pieno titolo attorno ai 30 anni. Lo scoglio dell’esame di abilitazione avvocato ha fatto aguzzare l’ingegno a tanti giovani delusi, che sempre più insistentemente strizzano l’occhio all’ipotesi “estera”. Ecco allora che in moltissimi sfruttano questa possibilità: sostenere l’esame di abilitazione avvocato oltre confine per poi, rientrati in patria ed “omologato” il titolo di laurea, chiedere l’iscrizione nei nostri albi provinciali. Scelta che semplifica sensibilmente il percorso, a fronte di un paio di difficoltà non certo insormontabili: la lingua e il trasferimento per sostenere l’esame.

Ma fare la valigia per l’abilitazione avvocato altrove, non sempre va giù alle aspiranti toghe, frustrate dal non potersi giocarsi le proprie chance in patria. Molti sono i furbetti, anche se la maggioranza comprende per lo più quegli indignati intenzionati a battersi perché l’abilità e capacità dell’avvocato abilitato all’estero possano finalmente godere del giusto riconoscimento ed apprezzamento anche presso l’avvocatura nostrana.

Come Paola D’Alessio, 31 anni, abogato in attesa di iscrizione all’albo degli avvocati stabiliti. Ciao Paola, raccontaci di te. Sei abogado da qualche anno, come mai hai scelto l’abilitazione avvocato in Spagna? 

“La mia è una storia comunissima, purtroppo. E dico purtroppo perché l’immobilismo intorno all’abilitazione avvocato nel nostro paese è cronico e diffuso. Sono laureata con 110 all’Università di Napoli ed ho alle spalle un percorso accademico pieno di soddisfazioni. Non sono una furba, nessuno mi ha mai regalato nulla. Ho sempre studiato sodo, eppure questo non ha impedito che fossi bocciata tre volte all’esame di avvocato.” – dichiara Paola D’Alessio –

“Ero stanca di sentirmi colpevole, incapace di essere all’altezza del mio sogno. Soprattutto ero stufa di questo toto-esame che dopo anni continuava a penalizzarmi. Non riuscivo a vedere la fine del tunnel. Così d’accordo coi miei, ho cominciato a prendere in considerazione l’ipotesi estera. Ho cominciato ad informarmi in Internet, a fare passaparola per trovare praticanti che avessero già provato l’esame in Spagna. Mi raccontavano che era una pacchia, che era stupido perdere il mio tempo in Italia, che là funzionava tutto con le crocette. Tutti miti. Per diventare abogado, fino a quest’anno almeno, erano sufficienti il titolo universitario e un periodo di praticantato prima della cosiddetta Prueba in Italia. Così, insieme ad una amica,abbiamo fatto il grande passo. Ho chiesto alla mia università un certificato con gli esami, l’ho fatto tradurre in spagnolo ed autenticare dal consolato. Dopodiché ho inviato il tutto a un ufficio ministeriale in Spagna, che ha omologato la laurea a patto di integrarla con nove esami. Non sono andata a Barcellona a comprarmi il titolo.” -dice Paola-

“Nessuno si ferma mai a riflettere sul tempo, il lavoro, le energie profusi durante gli studi universitari, i mesi di tirocinio non retribuito, per non parlare della marcia d’avvicinamento all’esame di stato, a dir poco snervante per chiunque voglia vestire la toga.  Rompersi la testa sui codici sapendo che al 99% sbatterai su quel maledetto muro di gomma  è un’angoscia insopportabile. Eppure sono andata avanti, tant’è che c’ho messo un po’ prima di convincermi a fare la valigia. Pensavo che nel frattempo le cose sarebbero cambiate, poi ho deciso di cambiare io. Non mi fidavo delle agenzie, quindi sono andata sul fai da te (800 euro). Ho superato l’esame al primo colpo, nell’Aprile 2011. Ero letteralmente in estasi. È stata la fine di un incubo. Dopo qualche mese mi sono iscritta come abogado all’albo di Barcellona e, attualmente, sono in attesa di iscrizione come avvocato stabilito in Italia.”

Cosa non va nell’esame di abilitazione avvocato tricolore?  Qual è la tua opinione rispetto alla liberalizzazione della professione forense?

“Tante cose non vanno nell’abilitazione avvocato nel nostro Paese. Ad oggi continuo a non vedere vie d’uscita. Nuotiamo in un immobilismo imbarazzante, ce lo confermano le cronache. Ogni anno la storia si ripete identica: compiti non corretti, ma dichiarati tali, giudizi opinabili, commissioni illegittime, limitazione all’accesso, bocciature ingiuste,  ricorsi infiniti al TAR per impedimento, per onerosità e per inutilità ecc. L’Italia non è un paese di opportunità, poiché l’ideale meritocratico è spesso dimenticato. L’esame, così concepito, non è né equo né trasparente, ma solo un macchinone elefantiaco e costosissimo che premia o punisce in modo del tutto schizofrenico e discrezionale, promuovendo o bocciando senza tenere in nessun conto meriti e competenze del candidato. Va dunque ristrutturato in senso sia selettivo che meritocratico.”

Come ti poni rispetto a proposte come l’abolizione dell’esame di stato e la paventata introduzione del numero chiuso? Ti sembrano soluzioni convincenti? Come si esce dalle sabbie mobili del toto-esame di abilitazione avvocato in Italia? 

“Non sono d’accordo con chi sostiene che studio, pratica forense, patrocinio legale rappresentino da soli il perfetto esame di abilitazione avvocato. Abilità e capacità dell’avvocato vanno sì testate su tutti questi fronti, ma ritengo, nonostante tutto, che un esame abilitativo sia indispensabile in un’ottica di equo bilanciamento tra la necessità di mercato e possibilità occupazionali. Certo un esame cui ogni anno si presentano in media dai 6000 candidati in su è qualcosa di francamente ingestibile, ma occorre domandarsi come sia possibile un’affluenza così incontrollata”. – dichiara Paola D’Alessio –

– Continua – “Onestamente credo che i tempi siano maturi per ragionare seriamente di numero programmato, per quanto la ritenga una soluzione di emergenza. La professione di avvocato, quale sinonimo ha la denominazione di libera professione proprio perché è libera. L’accesso dovrebbe essere ammesso a tutti senza preclusione di numeri e posti, ma allo stato attuale i mercati non sono pronti ad accogliere nuovi professionisti. Liberalizzare i titoli sì, ma sempre privilegiando il merito e la competenza. Lo vuole l’Europa, lo vogliono i giovani legali. Solo lo Stato sembra faticare a convincersene.”

“È senz’altro questa una delle strade da seguire per agevolare l’accesso alla professione forense, troppo a lungo assoggettato a lobby politiche e professionali, che gestiscono con arbitrio l’accesso e l’esercizio per mantenere integro il proprio monopolio  sul mercato. Morale:  niente turnover e centinai di ragazzi come me condannati al precariato e alla disoccupazione o impantanati in quella centrifuga che è l’esame di stato. L’ideale comune dev’essere quello di salvaguardare i giovani che si avvicinano alla professione forense, invogliarli  garantendo più occasioni ai meritevoli”

Il praticante italiano che prende l’abilitazione avvocato in Spagna o Romania deve spesso scontare, insieme alle note lungaggini burocratiche connesse al riconoscimento del titolo, anche l’atteggiamento pregiudizievole dei colleghi. Furbizia ed impreparazione le accuse più comuni, cui si accompagna quasi sempre un invito a diffidare e a preferire lo specialista italiano. L’abogado o l’avocat sono legali di serie B?

“Non mi sento un avvocato di serie B, e non vedo  perché dovrei sentirmi “estraneo” in casa mia. Lo trovo assurdo: eticamente e professionalmente. Ho viaggiato, ho imparato una lingua straniera, sperimentato un modo altro di fare avvocatura. Mi considero una professionista seria, che può mettere in campo delle competenze in più che mi permettono di essere più preparata di tanti avvocati abilitati in patria. Si chiama vantaggio competitivo. So bene che per molti è una vergogna. Io non sono scappata, ho solo inseguito il mio sogno un po’ più in là dell’Italia. Sono tanti gli avvocati che ci fanno la guerra e che ci vedono come i furbetti della situazione, scaltri ma incompetenti,  figli di un dio minore.  Una casta inferiore ed è per questo che io, e tanti come me, preferiamo dimostrare con i fatti la nostra professionalità. Chi parla di scorciatoia non sa quanto si sbaglia. Diventare avvocati in Spagna o Romania, prendere l’abilitazione avvocato all’estero non è più breve e nemmeno più facile, ma sta diventando il solo modo per riuscire laddove in Italia è praticamente impossibile arrivare. Ed è su questo che invito a riflettere i chiacchieroni.” -Conclude-

In collaborazione con Matteo Napoli

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